La forte siccità che sta caratterizzando il clima in questi ultimi anni impone al mondo vitivinicolo una riflessione su quali strategie adottare per limitarne le conseguenze. In Israele, nel deserto del Negev, i ricercatori dell’Università Ben Gurion (all’Istituto J.Blaustein for desert research) stanno sperimentando dei sistemi per una nuova viticoltura. «Il nostro deserto potrebbe essere un luogo in cui testare quello che sarà il clima in un prossimo futuro in buona parte del Mediterraneo, sviluppando strategie di agricoltura, irrigazione e viticoltura capaci di adattarsi al climate change», spiega il professor Aaron Fait, docente di biochimica vegetale, nella sua lezione al Corso di Alta formazione (100% on demand) dedicato a Il vino del futuro: nuove competenze per nuovi scenari, organizzato da Gambero Rosso Academy, con la direzione scientifica del professor Attilio Scienza.
Nel suo intervento, il professor Fait illustra le sfide, gli esperimenti in corso, le novità e i rimedi per lavorare i vigneti in condizioni di scarsità idrica. Il deserto del Negev, del resto, è tra le aree meno piovose di Israele, con una media annua di precipitazioni compresa tra 90 e 100 millimetri, e occupa oltre il 20% della superficie dello Stato israeliano, dove ogni anno si producono circa 40 milioni di bottiglie di vino. «La produzione di vino nel deserto, dal 2004 in avanti, ha registrato un incremento. In quest’area, in cui le coltivazioni agricole sono presenti da 3mila anni, le condizioni climatiche sono rimaste pressoché invariate. Abbiamo evidenze scientifiche – dichiara l’esperto – sull’utilizzo delle zone desertiche per coltivazioni a terrazzamento di alberi da frutto, compresa la vite, attraverso le terrazze lungo i canyon capaci di convogliare la poca acqua che arrivava nel periodo delle piogge».
siccità climate change – Foto Eveline de Bruina da Pixabay
Nel deserto israeliano sono state studiate le migliori tecniche di irrigazione, anche in relazione alla salinità del terreno, i livelli di resistenza e il comportamento delle viti, i limiti di cloro e di sodio all’interno delle foglie di vite che portano a un cambiamento significativo della fisiologia della pianta. «Nel nostro istituto – racconta Fait – c’è un vigneto sperimentale nel quale analizziamo la crescita del sistema radicale in campo, alla luce di differenti livelli di irrigazione e di accumulo di salinità nell’acqua. Usando tre diversi porta-innesto e tre telecamere diverse, inserite in speciali tubi, abbiamo studiato nel dettaglio la crescita della radice di diverse varietà di uve e in diverse condizioni climatiche».
Con l’espansione della viticoltura nelle zone aride, le conoscenze scientifiche per limitare gli effetti del gran caldo e della penuria d’acqua sui terreni e sui frutti si sono perfezionate, ha spiegato il docente. E questo anche grazie alle sperimentazioni in campo condotte sul territorio israeliano dallo stesso Istituto Blaustein sulle capacità di adattamento di determinati vitigni, che sono stati sottoposti in questi anni a condizioni di stress idrico terminale. «Oggi – dichiara il professor Fait – abbiamo a disposizione delle strategie per riuscire a evitare ripercussioni eccessivamente negative sulla qualità del frutto da parte delle radiazioni solari e delle temperature». Ma alla luce di un clima più caldo e arido è anche vero, allo stesso tempo, che occorrerà rivalutare l’uso di varietà di vitigni tradizionalmente legate a un determinato territorio. Nella lezione tenuta al Corso di Alta formazione, Aaron Fait illustra gli ultimi esperimenti e i risultati ottenuti su specifici e noti uvaggi.
Qui tutte le informazioni sul Corso di Alta formazione Il vino del futuro del Gambero Rosso
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