Il produttore francese del rodano Maxime Chapoutier “sfida” le tradizioni vinicole, realizzando due vini con un blend di uve francesi (marsanne e viognier) e australiane (shiraz), in collaborazione con il rivenditore online The Wine Society. Legalmente le due etichette, Hemispheres Red e Hemispheres White, non possono essere vendute in Europa, per la loro doppia provenienza: Ue e extra Ue. Ma il produttore ha trovato una soluzione. Venderle nel Regno Unito, grazie alla Brexit.
«Dobbiamo adattarci ai consumatori e rendere i vini più accessibili. E i blend internazionali possono aiutarci a farlo». è il parere di Chapoutier. Gli fa eco Pierre Mansour, responsabile degli acquisti per The Wine Society: «Stavamo pensando al futuro del vino e volevamo fare qualcosa di innovativo. Alla fine abbiamo pensato che un’area di innovazione fosse la miscelazione, che permette di creare un vino in grado di mitigare l’impatto del cambiamento climatico su un determinato paese» .
Tuttavia, come riporta la Bbc, questa tipologia di prodotto suscita una duplice reazione. Da una parte ci sono i tradizionalisti, come la produttrice Jas Swan, che temono che queste miscele compromettano la qualità e l’autenticità del vino, trasformandolo in un prodotto di massa privo di identità. Dall’altra, invece, si collocano i sostenitori, come il critico Jamie Goode, che vedono questa ibridazione come un’opportunità per innovare e rendere il vino più accessibile ai consumatori moderni.
Una critica mossa a questa iniziativa è che potrebbe trattarsi più di una trovata commerciale che di una vera innovazione enologica. Come sottolinea Peter Richards, il rischio è che queste “novità” siano mosse più da logiche di marketing che da un genuino desiderio di migliorare la qualità del prodotto. Le aziende, infatti, potrebbero utilizzare questa strategia per giustificare vini economici e di bassa qualità. «Credo che quei vini non hanno più nulla del terroir, anche prima di lasciare il loro continente», dice Jas Swan.
Un altro aspetto che ha suscitato dubbi è la preoccupazione per l’impatto ambientale. Chapoutier e i suoi partner sostengono che le spedizioni siano ecologiche grazie al fatto che il vino viene trasportato sfuso. La riduzione del peso è sicuramente un punto valido, ma non considera le emissioni complessive legate alla produzione e al trasporto su lunghe distanze.
Ma c’è di più. Il progetto di Chapoutier solleva domande più ampie sul futuro del vino. È possibile che le generazioni più giovani, meno legate ai concetti tradizionali di terroir, accolgano con favore questi vini “ibridi“, vedendoli come simbolo di un mondo globalizzato e come possibili nuove strade da percorrere. Tuttavia, rimane cruciale bilanciare innovazione e autenticità, evitando di trasformare il vino in un prodotto anonimo privo di storia e connessione al territorio. Ma per il bilancio finale, come sempre, bisognerà aspettare la risposta del mercato.
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