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"Tenete vino e spiriti fuori dalle dispute commerciali". L'appello delle associazioni vitivinicole all'Europa

I sindacati spingono per non inserire le bevande Usa nella black list europea e non rischiare ulteriori ritorsioni di Trump. Che, infatti, ha già minacciato di portare i dazi al 200% sui vini del Vecchio Continente

  • 13 Marzo, 2025

«Keep wine out of unrelated trade disputes», scrive il Ceev, il più importante sindacato europeo dell’industria vitivinicola, appellandosi alla Commissione europea per far sì che il «vino resti al di fuori da guerre commerciali che non lo riguardano». Già nel 2019, il vino europeo pagò il prezzo di una lunga disputa con gli Stati Uniti, che prese il via dalla nota controversia aerospaziale Boeing-Airbus. Il neo presidente Donald Trump, stavolta, ha scelto di innalzare da aprile le tariffe del 25% sui beni del Vecchio Continente (sebbene oggi abbia dichiarato di essere pronto ad arrivare al 200%) , a partire da acciaio e alluminio, comprendendo anche quelli agricoli, mentre l’Unione europea si è detta pronta a rispondere colpo su colpo, e in modo proporzionale, con un iniziale pacchetto da 26 miliardi di euro di dazi sui prodotti statunitensi (che valgono il 5% del totale esportato dall’Ue negli Usa), illustrato dalla presidente Ursula von der Leyen. In questa lunga lista di beni (ben 99 pagine), resa nota dalla Direzione generale del commercio Ue (Dg Trade), figurano sia prodotti industriali sia agricoli e agroalimentari, come ortaggi, pollame, bovini, pesci e anche le bevande alcoliche, vino incluso.

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea

Le preoccupazioni di Ceev e Spirits Europe

Sta qui il punto. Le associazioni di categoria, compresa Spirits Europe, si sono dette «preoccupate nel vedere i vini statunitensi inclusi nell’elenco Ue dei potenziali prodotti soggetti a future misure di ritorsione. Siamo costernati – si legge in una nota congiunta – dal fatto che, ancora una volta, il vino, insieme ad altri prodotti agroalimentari, possa essere ostaggio di una disputa commerciale che non lo riguarda». Il commercio di vino tra Europa e Stati Uniti è vitale per la sostenibilità economica del settore per entrambe le parti dell’Atlantico e dovrebbe essere «protetto e supportato». Invece, dazi reciproci determinano «un’incertezza economica che si tradurrà in licenziamenti, rinuncia agli investimenti e aumenti di prezzi lungo tutta la catena distributiva». E, alla fine, saranno «le imprese e i consumatori sia europei sia statunitensi a pagare i costi».

Liquori e cordiali hanno già pagato, ricorda Federvini

Federvini, che riunisce produttori di vini e spiriti e che aderisce al Ceev, entra nel dettaglio delle misure previste dall’Ue e spiega che l’applicazione di dazi fino al 50% su prodotti come il whiskey statunitense «rischierebbe di inasprire ulteriormente le tensioni commerciali tra Europa e Stati Uniti, mettendo in pericolo migliaia di posti di lavoro».

Micaela Pallini, presidente Federvini

La presidente Micaela Pallini, che a gennaio aveva incontrato a Roma il Distilled spirits council americano, auspica che Europa e Usa trovino un accordo e torna col pensiero a cinque anni fa: «Il settore dei liquori e cordiali italiani ha già subito, tra 2019 e 2021, gli effetti dirompenti dei dazi americani. E oggi, memori di quanto accaduto, è ancora più importante unire le forze per intensificare il dialogo con gli Stati Uniti e proteggere la competitività delle rispettive produzioni, evitando che vini e spiriti – conclude – vengano usati come pedine in dispute commerciali che hanno ben poco a che vedere con le nostre filiere».

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<<<< Questo articolo è stato pubblicato su Trebicchieri, il settimanale economico di Gambero Rosso.

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