Colori, segni, fiori e frutta… Sono i “segni“, i “caratteri” che usa Sarah Heller, Master of wine, per descrivere il vino durante la degustazione. Un linguaggio nuovo che punta a sollecitare le corde emozionali e ad essere universale, diretto, lonrano delle convenzioni e dalle particolarità delle diverse lingue umane.
Sono sette le etichette – iconici vini italiani – degustati insieme a Sarah e di cui abbiamo fatto la scheda di degustazione, mentre lei traduceva le note in segni e colori. Vi presentiamo il frutto di questo lavoro in cui sotto alle note di degustazione classiche ci sono le sintetiche spiegazioni del perché Heller usi quei segni e quei colori: un nuovo alfabeto per raccontare il vino.
Essenza di menta, resina, il frutto è integro e ben maturo, con un sottofondo di fiori incantevole. Al palato è Pergole per come lo conosciamo, entra in punta di piedi e ti lascia sul posto con un’accelerazione portentosa: un flash di sapore di chiara marca sapida. Il finale, interminabile, vira sulla scorza d’arancia e non ti lascia più. Durante la beva si consiglia di tenersi ben stretti alla sedia.
«L’elemento grafico fondamentale è l’acciaio – spiega Sarah – D’altronde Manetti lavorava in un’industria siderurgica e la consistenza di Pergole è qualcosa di unico. Ci riporta a Radda, all’alta quota del Sangiovese, alla tipica frizione che regala al palato, dove le parti dure si esaltano in una bevuta di grandissimo carattere».
Naso “maremmano”, ci riporta leggermente più a sud nelle sensazioni, a causa della vendemmia a dir poco calda. I profumi ricordano la pesca gialla matura, le bacche di ginepro e la noce moscata. La boca è vellutata, ampia e avvolgente, con un finale che denota tannini un po’ stressati dal caldo, appena verdi, ma che non asciugano o stringono la beva. Finale lungo e austero.
Sarah lo paragona per certi aspetti a una statua: «Il Brunello Biondi Santi non è mai opulento, non salta mai dal bicchiere, mantiene sempre il suo rigore. Ci mette sempre un po’ a uscire e ha questo andamento unico, il frutto luminoso, quando sembra perdere terreno si riprende e allunga. Non capisci mai esattamente il punto di arrivo, ha qualcosa d’inafferrabile, come il suo rapporto tra aroma e texture».
L’accento floreale è a dir poco netto e ammaliante: un assoluto di rosa. Un timbro fine che cresce nel bicchiere insieme a toni di rabarbaro e liquirizia. La bocca è particolarmente rigorosa, con una trama tannica fitta e serrata, di pregevolissima estrazione, per una consistenza tattile del tutto unica. Finale più scuro su note di tartufo nero e liquirizia.
Sarah: «È uno dei miei vini del cuore. Mi piace associare il carattere del produttore e dei tannini. Fondamentalmente con il vino cerchiamo sempre l’opportunità di entrare in contatto con qualcosa di meraviglioso che non possiamo ingerire: Bussia è l’essenza della rosa, un’esplosione floreale. E poi questa tensione che è alla base del Barolo: la bellezza degli aromi e la durezza dei tannini, la dicotomia tra piacere e dolore borderline».
La legge dell’etichetta rossa: quando Giacosa è in forma, è inarrivabile. Il naso è tutt’altro che immediato, ma dà una sensazione di profondità e maestosità evidenti. Tutto è al posto giusto. Si apre delicato su toni di anguria e viola, un infuso aromatico di una purezza disarmante. La bocca ha una solidità e una continuità incredibile: sembra non aver peso inizialmente, poi allunga su toni finissimi di spezie e piccoli frutti neri. Finale da fuoriclasse: emozionante in un’annata sottovalutata semplicemente perché arrivata dopo la pluricelebrata vendemmia 2010. Sul lungo periodo i rapporti di forza potrebbero cambiare. Sarah: «Potenza e armonia: semplicemente Giacosa, con il suo rigore, le parti scure e la sua classe».
Un’annata fine e composta. I richiami insistono su toni di macchia mediterranea, il fruttato della ciliegia maturo e invitante, con un sottofondo elegante di agrume candito, vaniglia e tabacco. La bocca segue con rigore e allungo, per un finale lungo e continuo, con una speziatura perfettamente integrata nella struttura.
Sarah fa notare che “precisione” è la parola chiave per questo vino: «Non c’è quella generosità che vediamo in Ornellaia, è l’altra faccia di Bolgheri. È un vino che ha meno muscolo, tannini meno esuberanti, un’idea di ricchezza contenuta in un’idea di rigore e bilanciamento. Fa vedere e non vedere, lo trovo molto stimolante».
Profumi scuri, di grafite e piccoli frutti neri, con un tono tostato piuttosto esuberante, pepe e cannella. Al palato è ricco, denso, con una trama tannica energica, ancora molto indietro sul piano dell’evoluzione. Non si distende pienamente, un riassaggio recente lo conferma, con una struttura possente ancora in fase di modulazione. Il finale rilascia toni di more e caffè.
Per Sarah la peculiarità di Ornellaia è proprio il suo carattere generoso ed esuberante, la struttura ricca e intensa. Un vino fatto di toni pieni, carico di colori e suggestioni, che trova riscontro in un’immagine impattante che ci riporta un’idea di calore e potenza.
Olive nere, sensazioni di noci e rosmarino all’attacco. Poi morbide sensazioni di fichi e un registro tostato affascinante che ci riporta al legno d’ulivo. I profumi sono ben delineati e figli di un vino che ha un’evoluzione lenta e lineare. Il registro olfattivo è articolato e complesso, con una sensazione tostata che ritroviamo al palato, leggermente segnato dall’alcol, non mancano succulenza e allungo. Il tannino è ancora scalpitante.
«I vini di Bolgheri come Masseto, Sassicaia o Ornellaia li noti soprattutto nel tempo per una tipica qualità dei tannini. Non avrai mai quella finezza e sensualità tipica dei vini francesi, ma troverai più struttura e solidità. Un pizzico più di forza a sorreggere la beva: un’estetica che trovo tutta italiana», chiosa Sarah.
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