Mentre la percezione della viticoltura del passato era di tipo indiziario, fatta cioè di segni e riti, con la fillossera nasce la viticoltura della conoscenza. L’evento, sottovalutato all’inizio, si colloca in un quadro politico ed economico dell’Europa in profondo cambiamento, dove da un’agricoltura di sostentamento, si sta lentamente passando a una attività di produzione e di trasformazione delle materie prime agricole da destinare al commercio. I grandi vincoli a uno sviluppo “moderno” di un’agricoltura povera erano rappresentati dalle modeste risorse ambientali e dalla forte frammentazione della proprietà.
Soave – Cadis 1898 – barricaia della Cantina Rocca Sveva
Per poter adeguare le produzioni di queste piccole aziende alle esigenze del commercio internazionale, era necessario superare i limiti della scarsa specializzazione produttiva, con dei processi di razionalizzazione che doveva coinvolgere i piccoli produttori. Nel corso di questi ultimi 50 anni, la produzione enologica italiana ha subito profondi cambiamenti provocati dal mercato, che si è evoluto in termini di richiesta di qualità e per l’ingresso di nuovi competitori. Ci si chiede, allora, se la cooperazione viticola sia riuscita in questi contesti a interpretarne le esigenze adeguandosi, così, ai nuovi fabbisogni del consumatore e rispondendo adeguatamente alle necessità di reddito del socio-produttore oppure se sia rimasta ancorata ai vecchi modelli del solidarismo delle origini.
Quali sono le strategie della cooperazione viticola italiana per ridare slancio a una nuova fase della viticoltura italiana? Dagli anni Ottanta, la concorrenza (non solo sul piano commerciale) del Nuovo Mondo ha imposto profonde modificazioni nello stile, nell’immagine e nei prezzi dei vini, aiutata, in questo, dalla forza degli opinion leader e dai mezzi di comunicazione d’Oltreoceano. Sempre più il vino diventa una commodity, con tutte le conseguenze sul piano della concorrenza mondiale e dei prezzi. La vera sfida è, però, l’opzione che la cooperazione fa della ricerca e sulle possibilità che vengono offerte dall’innovazione scientifica, per rispondere alle domande del mercato.
Le novità più difficili da accettare sono quelle intangibili come quelle culturali, sociali e ideologiche. Numerosi esempi di zonazione e di salvaguardia di vitigni minori, sviluppati in questi ultimi anni in molte zone viticole della Penisola, hanno dimostrato che le maggiori ricadute sulla qualità del vino sono state ottenute presso le cantine sociali, che sono riuscite a coinvolgere i soci nell’accoglimento dell’innovazione scaturita da queste ricerche e nella comunicazione dei risultati ottenuti al consumatore.
Il mondo del vino cooperativo è chiamato, a questo riguardo, a essere il protagonista, in quanto ha il controllo attraverso la base sociale di interi territori viticoli e, quindi, la sua azione si configura, a tutti i livelli, come una vera e propria economia di scala.
Il professor Attilio Scienza è il coordinatore scientifico del Corso di Alta formazione
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