
Nuovo disciplinare per la Doc Monreale, che sceglie di puntare su vitigni autoctoni ma meno blasonati dei famosi grillo e nero d’avola. In questo vasto territorio, a sud ovest di Palermo, che ricalca i confini dell’antica diocesi istituita dai Normanni, la denominazione riconosciuta nel Duemila sta mettendo i tasselli di un cammino che appare una coraggiosa operazione notorietà. Nelle intenzioni dei produttori associati al Consorzio, l’obiettivo è distinguersi sui mercati e restituire a questi vini d’altura e dalle radici medioevali uno spazio importante nel panorama vitivinicolo siciliano e nazionale.
Il progetto di sviluppo parte, innanzitutto, dal nuovo disciplinare di produzione. Le regole approvate recentemente stabiliscono che il Monreale Bianco, preveda un minimo del 60% di uve catarratto, integrato da inzolia fino al 40%; il Monreale Rosso, compreso il Riserva, richiede almeno il 60% di perricone, accompagnato da calabrese o nero d’Avola; il Monreale Rosato che ha la stessa composizione del rosso, col perricone al 60% e il calabrese o nero d’Avola a completare; infine, il Monreale Syrah, nelle versioni rosato o riserva, che impone un minimo dell’85% di vitigno syrah. «Per mantenere alti i livelli qualitativi – fa sapere il Consorzio di tutela – la resa delle uve non dovrà superare il 70 per cento». I vini rossi Riserva, in particolare, devono essere invecchiati per almeno 24 mesi, secondo un processo che, nelle intenzioni dei produttori, servirà a esaltare le caratteristiche organolettiche e la complessità. Ogni bottiglia etichettata come Doc Monreale riporterà obbligatoriamente l’annata di produzione, in funzione della chiara tracciabilità e del legame diretto con il territorio da offrire ai consumatori.
Quando si parla di Doc Monreale ci si riferisce a una nicchia enologica, dal momento che sono circa 60 gli ettari (con rese tra 50 e 80 quintali/ettaro) attualmente rivendicati da questa Dop (in gran parte biologici o con metodi di aridocoltura), che comprende i comuni di Monreale, Corleone, Roccamena, Santa Cristina Gela, Camporeale, San Cipriello, San Giuseppe Jato, Piana degli Albanesi. Non più terre che, come si diceva, guardano specificamente a grillo o nero d’Avola come vitigni principali, attualmente valorizzati al meglio all’interno della grande Doc Sicilia, ma che puntano su catarratto, perricone, inzolia fino al syrah, che pur essendo un vitigno internazionale sembra aver trovato ottime capacità di espressione in questi areali di media e alta collina. Sono circa 120mila le bottiglie prodotte dalle 8 aziende associate al Consorzio della Doc Monreale. Ma altre quattro cantine, fanno sapere dall’ente di tutela, stanno per unirsi alla compagine guidata da Mario Di Lorenzo: «Condividendo uno standard qualitativo dei vini – afferma il presidente – vogliamo presentarci a una ristorazione qualificata, ai consumatori, ai winelover e al sistema turistico».
Le opportunità di sviluppo riguardano anche la valorizzazione in chiave enoturistica del territorio a sud di Palermo, nella Sicilia nord occidentale. Il turismo del vino rappresenta uno degli asset strategici per il Consorzio che, attualmente, vede aderenti i brand Alessandro di Camporeale, Case Alte, Feudo Disisa, Marchesi de Gregorio, Porta del Vento, Principe di Corleone, Sallier de La Tour e Terre di Gratia. «Scommettiamo sul futuro – ha affermato il presidente Di Lorenzo durante un incontro tenutosi nei primi giorni di ottobre nel capoluogo siciliano – investendo in radici, terroir, ristorazione qualificata, beni culturali. Le cantine del Consorzio si trovano a pochi chilometri da Palermo: siamo circondati da paesaggi incontaminati, bellezze senza tempo, comunità che profumano di genuinità. Oggi più che mai dobbiamo fare squadra, lavorare per potenziare l’identità di un territorio di grande respiro, da riscoprire dentro e fuori i nostri calici».
<<<< Questo articolo è stato pubblicato su Trebicchieri, il settimanale economico di Gambero Rosso.
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