Trentino fa ancora rima con vino? In questi anni abbiamo sentito spesso questa domanda. Proviamo a dare noi una risposta, che arriva soprattutto dai bicchieri. Non c’è dubbio, è sì! La qualità del vino non è in discussione, così come non è in discussione la tipicità e l’aderenza territoriale delle etichette presentate. Forse, il problema è più riconducibile alle osservazioni di alcuni pensatori locali dell’enomondo, che continuano a fare confronti poco costruttivi con la provincia limitrofa.
A noi piace di più mettere in evidenza la dinamicità di questo territorio, che parte soprattutto, ma non solo, dal Metodo Classico. Nei fatti gli spumanti di Trento progrediscono di anno in anno grazie a un mosaico composito di cooperative da una parte, piccoli vignaioli dall’altra, senza dimenticare alcune grandi e prestigiose cantine private. Tutte insieme fanno emergere il profilo identitario della zona.
Esemplari sono le due novità di quest’anno premiate con i Tre Bicchieri sulla guida Vini d’Italia 2025 del Gambero Rosso. Etyssa e Lavis firmano due grandi cuvée a base di chardonnay: una è prodotta da una piccola start-up di quattro giovani vignaioli, l’altra è figlia di un’importante cooperativa. Riassumendo, e senza fermarci ai soli premi, constatiamo una grande linearità nei prodotti più semplici, che unita alla complessità dei millesimati e delle versioni Rosé determina una posizione di assoluto rilievo delle Bollicine di Montagna ai vertici della produzione nazionale.
A tutto ciò si affianca una solida produzione di vini fermi, che testimonia come la regione abbia diverse frecce al proprio arco. La grande uva è il teroldego capace, nella piana Rotaliana, di dare vita a rossi davvero complessi, profondi, dalla beva scorrevole e appagante. Due sono i vini premiati in questa tipologia mentre, rimanendo tra i rossi, il Pinot Nero trova una sua bellissima dimensione anche tra i fermi.
Tra i bianchi segnaliamo la bontà di alcune grandi Nosiola, prodotte sia in versione fresca, d’annata, sia in versioni più complesse, che escono dopo alcuni anni dalla vendemmia e si dimostrano vini da lungo invecchiamento. Senza dimenticare il grande Vino Santo, prodotto con la medesima varietà, grande protagonista della Valle dei Laghi. Altro vitigno da tenere sott’occhio è il Müller Thurgau e lo dimostra il Monogram di Pojer & Sandri, uno dei migliori.
Ultime ma non ultime le uve cosiddette internazionali. In Trentino si sono adattate benissimo e sono una consuetudine antica, al punto da poterle ormai considerare tradizionali. Prova lampante la fornisce uno dei più grandi rossi italiani, il San Leonardo (60% cabernet sauvignon, 30% carmenère, 10% merlot). Lo produce la cantina omonima, un vero modello per storia, ricchezza, costanza qualitativa e visione.
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