Partire con un abusato “Campania, luci e ombre”, per descrivere la situazione che abbiamo trovato in regione quest’anno a seguito dei nostri assaggi sarebbe davvero ingeneroso. Perché è vero che qualche neo lo abbiamo trovato, ma è altrettanto vero che le luci brillano davvero molto forte. A costo di ripeterci, e anche a costo di dire delle ovvietà, l’Irpinia è il bacino campano nel quale è possibile trovare dei bianchi folgoranti. Le ultime annate, le calde 2021 e 2022, sono state interpretate in maniera più che corretta, con il Fiano di Avellino che stacca un po’ il Greco di Tufo, ribadendo e rafforzando la sua essenza di grande bianco italiano.
I vini che abbiamo assaggiato sono forse leggermente più pronti del passato, ma dove manca la capacità di resistere agli urti del tempo, si guadagna in piacevolezza e immediatezza, che sono parametri comunque da non sottovalutare. Le nuove tipologie che si fregiano del nome Riserva in etichetta, tanto per i Fiano quanto per i Greco, secondo noi sono in grado di garantire sia longevità, sia eleganza, sia sapore: la lista dei Tre Bicchieri è solo un inizio per invitarvi a cercarli e ad assaggiarli.
Le altre note positive arrivano da alcuni territori sempre più alla ribalta: se i Campi Flegrei sono una scommessa già vinta, le prossime fiches vogliamo puntarle sulla mediterraneità solare del Cilento e sulla presa vulcanica del Vesuvio, entrambi distretti che entreranno sotto i riflettori nel prossimo futuro. Il Sannio pure vive un ottimo momento: ci si affida, al solito, alla Falanghina per spiccare nel panorama regionale e nazionale ma ci è capitato di assaggiare Aglianico sempre più a fuoco, in cui si punta più sulla parte succosa, matura e fruttata che sulle componenti tanniche. Per il resto è stata la solita divertente degustazione alla scoperta di tante zone, di tanti piccoli produttori che smaniano per emergere, di tante grandi aziende che consolidano il loro ruolo di guida in un affollato e competitivo panorama enoico.
In chiusura però è nostro dovere indicare anche le note negative, che del resto abbiamo già evidenziato altrove. Una denominazione importante come Taurasi merita di essere trattata con più rispetto, non da noi che ci siamo permessi di muovere una critica, cosa che fa parte del nostro lavoro, ma piuttosto dai produttori. Se diciamo che abbiamo trovato troppo spesso vini caricati da una gestione del legno “generosa”, non lo facciamo per affossare un comparto; al contrario, ci piacerebbe muovere una riflessione all’interno delle aziende.
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La più autorevole guida del settore dell’enologia italiana giunge quest’anno alla sua 37sima edizione. Vini d’Italia è il risultato del lavoro di uno straordinario gruppo di degustatori, oltre sessanta, che hanno percorso il Paese in lungo e in largo per selezionare solo i migliori: oltre 25.000 vini recensiti prodotti da 2647 cantine. Indirizzi e contatti, ma anche dimensioni aziendali (ettari vitati e bottiglie prodotte), tipo di viticoltura (convenzionale, biologica, e biodinamica o naturale), informazioni per visitare e acquistare direttamente in azienda, sono solo alcune delle indicazioni che s’intrecciano con le storie dei territori, dei vini, degli stili e dei vignaioli. Ogni etichetta è corredata dall’indicazione del prezzo medio in enoteca, delle fasce di prezzo, e da un giudizio qualitativo che si basa sull’ormai famoso sistema iconografico del Gambero Rosso: da uno fino agli ambiti Tre Bicchieri, simbolo di eccellenza della produzione enologica. che quest’anno sono 498.
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