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La seconda vita del Merlot toscano, il vino che sfida il cambiamento climatico (con successo)

Nonostante il clima più caldo e migliaia di ettari persi, il vitigno internazionale in Toscana cambia e conquista nuoni appassionati. Le case history di Messorio e Masseto

  • 02 Febbraio, 2025

Per comprendere le radici che hanno portato la Toscana a posizionarsi come la culla d’eccellenza in Italia per il Merlot occorre fare due passi indietro. «L’introduzione dei vitigni francesi in Italia avviene in due momenti storici – attacca l’enciclopedia vivente del vino italiano ovvero Attilio Scienza – La prima è una fase emulativa della nobiltà e alta borghesia a metà Ottocento. S’inizia a piantare varietà internazionali in risposta a un mercato che si apre ai confini nazionali e non più regionali». La seconda svolta avviene negli anni ’60 del secolo successivo: «Coincide con la fine della mezzadria e l’abbandono delle fattorie che portano a un nuovo piano di impianti e regole fisse. In Toscana ripiantano in sangiovese ma anche cabernet e merlot. Prende il via la stagione delle denominazioni d’origine».

Le vigne di Masseto, in apertura le selezione delle uve nell’azienda toscana

Per il vino toscano non è un buon momento

Ma non è un momento felice per il vino toscano, il mercato americano crolla tanto da spingere alcune cantine a cessioni importanti, si pensi agli Antinori con gli inglesi o Castello di Brolio agli australiani. Il riscatto toscano è partito proprio con i primi Sutertuscan e non nel nome del sangiovese. Da una parte l’appeal internazionale dall’altra l’esigenza di guardare oltre come posizionamento. E arriviamo a una serie di brillanti intuizioni che sono alla base delle case history di Messorio e di Masseto. Il merlot oggi rappresenta una delle più grandi sfide al cambiamento climatico: uno dei vitigni considerati più “docili”, morbidi e piacevoli sta cambiando pelle. In virtù sì del clima, certamente, ma anche delle tendenze di beva attuali. E si sperimenta, si parte sempre dalla campagna e poi si finisce in cantina. Anticipo della raccolta e meno tostatura: suonano come mantra nelle aziende che lavorano il merlot. Ma non è vero che reagisce così male alla schizzofrenìa climatica, o meglio né più né meno di altri vitigni. Come confermano voci autorevoli. E se in Italia continua un certo allarmismo e c’è chi grida alla “fine” di un vitigno che è storia, a livello internazionale il merlot resiste e continua a strappare rating molto alti e prezzi importanti.

I grandi Merlot toscani

Basta vedere le classifiche più importanti, tenendo in considerazione critici prestigiosi Robert Parker e Jancis Robinson. Si va ben oltre Masseto: da Redigaffi di Tua Rita spostandosi nella vicina Suvereto, altro merlot icona toscano, e ancora Messorio di casa Le Macchiole, tornando a Bolgheri, fino alle parentesi chiantigiane con L’Apparita di Castello di Ama e La Ricolma di San Giusto a Rentennano. E completiamo il giro più a sud con il Galatrona di Petrolo nel Valdarno e il Baffonero di Rocca di Frassinello in Maremma. Sono tutti vini che hanno quote di export decisamente elevate.

La vendemmia a Le Macchiole. Nelle foto più sotto, immagini dall’azienda toscana

Merlot: persi 9.000 ettari in 15 anni

A livello nazionale? Se analizziamo il dato complessivo in Italia, il merlot contava 28.209 ettari nel 2005 e 18.840 ettari nel 2022. Un calo nettissimo che ha alimentato gli interrogativi produttivi attorno al vitigno e uno scetticismo sul merlot come vino per il futuro. Eppure, riscontriamo un certo ritorno in tanti wine bar e ristoranti italiani soprattutto nell’offerta a calice dove si cerca sempre più la piacevolezza. I nemici si chiamano siccità e gran calore, parametri non proprio ottimali per la raccolta di un buon merlot (come di un sangiovese). Sta vendendo meno quell’immagine del merlot come varietà docile, che sa aiutare tutti blend, giocando in morbidezza, colore, densità. Oggi si cerca altro. In alcune zone è stato tolto di netto, anche a Bolgheri dove negli ultimi anni si privilegia il cabernet franc, che comunque ha le sue belle difficoltà di maturazione e deve incontrare terreni ottimali.

Le case history toscane, Messorio e Masseto

Il cambiamento è in corso. Per chi non ha mai seguito le mode e avanzato una identità importante come è successo a Bolgheri, non è certo il momento di nascondere la testa tra le gambe. Ma anzi giocare al rilancio come stanno già facendo diverse aziende. La 2015, per esempio, in casa Le Macchiole, ha segnato un punto di svolta. Si è partiti verso una nuova prospettiva produttiva che ha cambiato tantissimo la bevibilità, nelle ultime annate, in particolare con la 2020 e 2021, un vino che si è fatto sempre più agile e sapido, meno impattato dai legni mantenendo un’anima e uno spirito mediterraneo. Non dimenticando mai la provenienza.

“Il Merlot deve evolvere e va interpretato”

Dal 1994 anno di nascita si è passati da 300 a circa 10.000 bottiglie. Gli anni di sperimentazione sono stati lunghi, i gusti sono cambiati e anche Messorio ha saputo accogliere la sfida e cambiare pelle. «Il merlot va saputo interpretare e deve evolvere, non si può rimanere fermi», ci racconta Luca Rettondini, storico enologo de Le Macchiole. Ha maturazioni precoci certo ma può essere multitasking. Per i vini medi è fondamentale da inserire nei blend mentre per i vini importanti come Messorio va seguito molto, va coltivato bene, con grande attenzione alla chioma: il risultato sono rossi glicerici, strutturati, di grande piacevolezza, soprattutto in Toscana. Se maturato bene non dà sentori vegetali rispetto al cabernet, per esempio, e l’invecchiamento in legno fa tenere sempre alto il profilo tannico, sempre stando attenti alle ossidazioni e alle maturazioni. «Una risposta è quella di operare vendemmie scalari – continua Luca – portando in casa prima uve più fresche e poi uve mature. È un vitigno polivalente che va fatto crescere bene in vigna e in cantina stando attenti all’ossigeno e a non andare troppo in estrazione. Alla fine è un vitigno tra i più apprezzati a livello mondiale e quindi questo non va mai sottovalutato o dimenticato. Resta uno dei grandi vini del mondo».

«Il Merlot ha futuro, a Bordeaux come a Bolgheri”»

E anche chi di merlot se ne intende parecchio come Marco Balsimelli, direttore ed enologo di Ornellaia e Masseto è convinto che per il merlot c’è futuro. «Ripianterei merlot senza dubbio – spiega – in alcune zone. Se proprio devo ammetterlo, è meno problematico del Cabernet franc. Ho assaggiato merlot eccezionali a Bordeaux usciti da annate caldissime e anche a Bolgheri: con acidità, dati alla mano, confortanti. Poi, è chiaro: il cambiamento ha bisogno di una cura preventiva e allora via in vigna, parti dai porta-innesti importantissimi per maturazioni più lente. Devi ridare vigore alle piante. E ancora riduzione di legno nuovo o meglio tostature meno invasive. Non è una rivoluzione, ma una fase di passaggio». A dare slancio a queste dichiarazioni ci pensano le nostre due verticali in cui svetta l’ultima annata in commercio, la 2021, di Masseto e Messorio.

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