Lo scorso 28 febbraio, il Parlamento europeo ha votato il testo di un nuovo regolamento che riforma il sistema delle Dop e Igp. Quel sistema è nato nel 1992, con il regolamento 2081. Successivamente, è stato modificato nel 2006 e da ultimo nel 2012, con il regolamento 1151. In altre sedi, ci siamo occupati di come il senso originario di quegli interventi sia stato piegato a obbiettivi politici via via più nazionalistici e meno comunitari, ma dobbiamo constatare che, nel testo approvato dal Parlamento Ue un mese fa, ricorrono alcune ulteriori, preoccupanti e addirittura controproducenti scelte normative.
Tralasciamo qui di occuparci di tutte le questioni di carattere teorico generale, come gli assunti di qualità indiscutibile per qualsivoglia prodotto Dop o Igp, quando, semplicemente rimanendo aderenti alla definizione delle due categorie, una specifica, misurabile qualità dei prodotti Igp non sia richiesta (bastando anche la mera reputazione) mentre anche per i prodotti Dop la particolare qualità derivante dal territorio di produzione risulta fungibile con una o più altre caratteristiche salienti. E per constatare plasticamente perché la reputazione non significhi automaticamente qualità, è sufficiente pensare a quel ristorante recensito benissimo in cui abbiamo mangiato malissimo o in modo tutt’al più accettabile…
Ora, nel testo approvato, il Parlamento Europeo ha inerito un considerando (il 50 punto del preambolo del nuovo regolamento, nello specifico) che recita: Al fine di dare visibilità ai produttori dei prodotti designati da indicazioni geografiche, dovrebbe essere obbligatorio indicare sull’etichetta il nome del produttore o, nel caso di prodotti agricoli, il nome dell’operatore. L’indicazione programmatica, si traduce nel comma 5 dell’art. 37 della proposta di regolamento, che stabilisce il contenuto obbligatorio delle etichette dei prodotti Dop e Igp, recitando:
«Se i prodotti agricoli sono designati da un’indicazione geografica, un’indicazione del nome del produttore o dell’operatore appare nell’etichettatura nello stesso campo visivo dell’indicazione geografica. In tal caso, il nome dell’operatore è inteso come il nome dell’operatore responsabile della fase di produzione in cui è ottenuto il prodotto che deve essere oggetto dell’indicazione geografica o responsabile della trasformazione sostanziale di tale prodotto».
Nel caso delle bevande spiritose designate da un’indicazione geografica, un’indicazione del nome del produttore appare nell’etichettatura nello stesso campo visivo dell’indicazione geografica. Queste parole, se diventeranno il testo definitivo del Regolamento (e ci sono ottime probabilità che questo accada) sanciranno un cambiamento estremamente evidente per le cosiddette private label ovvero tutti quei prodotti che acquistiamo sotto il marchio della catena di supermercati in cui facciamo la spesa.
Attualmente, se un vino esce sotto un’etichetta di un grande supermercato possiamo vedere chi ha prodotto il vino o perché viene dichiarato chiaramente o risalendo a lui tramite il sito del Registro nazionale vitivinicolo, a partire dal codice Icqrf che troviamo sula bottiglia nella tipica dicitura: «Imbottigliato per Coop Italia da CN 9977». Con la nuova norma in vigore, se il vino nella bottiglia è un vino Dop o Igp (cioè Docg, Doc o Igt) dovrò per forza trovare «Prodotto per Coop Italia da Ugo Bianchi, Centallo Italia». Tutto bene? Finalmente i produttori valorizzati come meritano, secondo la vulgata gastro-nazionalista imperante? Non è affatto detto.
Dietro la proposta di una norma simile c’è il pregiudizio che le grandi catene di supermercati e discount taglieggino i produttori con prezzi da fame senza per di più dare loro l’opportunità di vedere il proprio nome e il proprio savoir-faire valorizzati adeguatamente. La realtà è diversa e sicuramente più articolata. Per più di un produttore, una linea di prodotto private label – con fornitura costante e pagamenti puntuali, perché la Gdo funziona sotto questo punto di vista meglio dell’Horeca – rappresenta il cash cow aziendale: magari non sono tanti soldi, magari non sono nemmeno pochi e maledetti, però sono subito, cioè sono puntuali. Con quei soldi si pagano i mutui e gli stipendi, garantendo il lavoro e gli investimenti che servono a produrre i vini top, che escono sotto il nome della cantina e del produttore, magari meritando allori e recensioni entusiastiche, corroboranti una reputazione impeccabile. Ecco, se domani mattina quella linea o quelle linee private label saranno manifestamente, direttamente riconducibili alla ragione aziendale di chi produce anche vini, sotto le stesse denominazioni o indicazioni geografiche, magari venduti sullo stesso scaffale a prezzi ben diversi, consentendo un paragone all’impronta, chi ci guadagnerà? Tutto ciò andrà a vantaggio dei produttori viticoli finalmente valorizzati a dovere, come vanno ripetendo certi portabandiera a Strasburgo di ben note agende politiche nazionali? Non sembra affatto scontato.
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