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Artigiani e sostenibili ma svantaggiati nella corsa ai fondi promozione. L'indagine di Nomisma sui vignaioli Fivi

Una bottiglia su due è biologica, il 70% esporta ma solo il 14% delle imprese ha avuto accesso ai fondi promozione negli ultimi due anni. L'appello: "Certificazioni troppo onerose: occorre semplificare"

  • 13 Novembre, 2024

Piccoli e di qualità, con una media di 10 ettari di vigneto e una produzione di 38mila bottiglie annue, una filiera integrata dalla vigna alla cantina, fino alla commercializzazione, spesso a conduzione familiare. L’identikit dei piccoli vignaioli artigiani aderenti a Fivi è stato svelato da Nomisma Wine Monitor, in uno studio che ha coinvolto oltre 1.700 produttori appartenenti all’associazione guidata da Lorenzo Cesconi. Siamo di fronte, secondo i ricercatori, a un modello economico che esprime valori importanti, dimostrato anche da un dato commerciale: il prezzo medio a bottiglia dei vini venduti dai produttori Fivi è più che doppio (7,7 euro contro 3,6 euro) rispetto alla media italiana. Ma non senza punti critici.

Tra burocrazia e scarso accesso ai fondi Ocm

Un modello economico che, tuttavia, deve muoversi soprattutto tra difficoltà burocratiche e risorse economiche, che rappresentano degli ostacoli per le attività dei vignaioli indipendenti. Secondo quanto emerso dal sondaggio Nomisma, un supporto importante potrebbe derivare dai fondi Ocm: «Purtroppo – si legge nel rapporto – a causa delle restrizioni e dei vincoli burocratici che disincentivano l’accesso da parte delle piccole aziende, solo il 14% dei soci Fivi ha potuto beneficiare, negli ultimi due anni, dei fondi destinati alla promozione dei vini». Per questo motivo, il presidente Cesconi si è rivolto alla politica, in Europa e in Italia (come ha già fatto in una recente intervista al settimanale Tre Bicchieri): «Chiediamo semplificazione, snellimento burocratico, innovazione normativa a favore della micro, piccola e media impresa, e soprattutto una strategia chiara nella politica vitivinicola, che deve sempre di più essere orientata alla sostenibilità di produzione, alla qualità e non alla quantità, alla creazione di valore. La resilienza delle aziende verticali – ha avvertito – non è infinita».

L’appello: “Più semplificazione”

Un appello a cui si è unita la stessa Matilde Poggi, presidente di Cevi, Confederazione europea vignaioli indipendenti, che siede ai tavoli del Gruppo europeo di alto livello sul vino: «In questa ricerca colgo tanti spunti utili a formulare istanze da portare alle istituzioni europee, in primis la necessità di rendere accessibili a tutti i vignaioli, anche i più piccoli, ogni misura di sostegno, come gli aiuti alla promozione nei Paesi terzi». Il riferimento della Poggi è al nuovo commissario designato Ue all’Agricoltura, Christophe Hansen, che recentemente ha parlato di impegno verso la sostenibilità delle imprese agricole, che è in linea con la filosofia dei vignaioli indipendenti: «Ma occorre – ha sottolineato Poggi – una semplificazione anche nel sistema delle certificazioni, spesso troppo onerose per aziende di queste dimensioni».

L’Horeca italiano tra i canali principali

L’analisi economica delle imprese Fivi ha certificato che l’Horeca italiano è il canale principale per questi produttori che, però, guardano anche oltre confine: il 71% del campione analizzato da Nomisma esporta e un altro 23% ha dichiarato l’intenzione di volerlo fare nei prossimi anni. Gli Stati Uniti sono il principale mercato, in attesa che altri Paesi diventino sempre più strategici, a cominciare da quelli dell’area asiatica. «Una delle principali esternalità positive del modello socioeconomico dei Vignaioli Indipendenti Italiani è il fatto che l’81% dei vigneti si trova in collina e in montagna, rispetto al 60% della media italiana, in quelle aree interne sempre più soggette a spopolamento e a rischio idrogeologico. Zone dove l’uva da vino rappresenta una delle poche produzioni agricole ancora in grado di dare reddito a chi la coltiva», rileva Denis Pantini, responsabile Nomisma Wine Monitor. Una vitivinicoltura che ha anche risvolti sociali: il 30% dei lavoratori è impiegato a tempo indeterminato (contro il 10% della media italiana in agricoltura), un 28% è di origine straniera (19% la media italiana) e il 33% è donna, a fronte del 26% della media dell’agricoltura italiana.

Gli investimenti in sostenibilità

Se si guarda alla sostenibilità, a 360 gradi, il 71% delle aziende intervistate da Nomisma ha realizzato azioni di sostenibilità ambientale (packaging, contenimento dei consumi di acqua e di emissioni), un 24% lo farà nei prossimi due anni. Metà delle imprese è biologica e un 20% è certificato sostenibile. Per le imprese Fivi la sostenibilità «rappresenta in primis un dovere e una responsabilità». Tra le leve di sviluppo ambientali e sociali c’è l’enoturismo: otto aziende su dieci offre servizi per gli enoturisti (visite guidate con degustazioni). I ricavi derivanti da queste attività, scrive Nomisma, incidono per il 23% sul fatturato complessivo dei vignaioli (contro una media nazionale del 18%), evidenziando una differenziazione d’attività «in grado di valorizzare la produzione vinicola delle aree interne». Altro dato è che il 46% dei turisti ospiti è straniero: «Altro fattore di sviluppo che se rafforzato e valorizzato – secondo Nomisma – può contribuire a ridurre quell’overtourism che sta portando effetti negativi negli equilibri sociali delle città italiane».

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Il futuro

La gestione dei costi e l’efficienza dell’organizzazione aziendale, messa a dura prova dalla crisi climatica e dalla scarsità di manodopera, sono le sfide più difficili. Ma tra i punti critici del futuro ci sono anche l’evoluzione dei consumi e dall’inasprimento della concorrenza, in particolare dei vini più economici (anche di minore qualità) che nelle fasi di crisi economica rischiano di penalizzare i prodotti di alta qualità.

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