Il Montepulciano d’Abruzzo, DOC dal 1968, che comprende le province di Chieti, L’Aquila, Teramo e Pescara, è ottenuto dal vitigno omonimo, il montepulciano, uva a bacca nera molto diffusa in Abruzzo. É il vino rosso simbolo della regione (ma anche nelle Marche, dove – in purezza o quasi -, dà vita al Rosso Conero), che viene prodotto pure nella versione rosata, il Cerasuolo, di cui abbiamo selezionato i dieci migliori .
Il Masaf con il decreto del 26 ottobre 2023 ha introdotto nel Registro nazionale della vite, accanto al termine montepulciano, il sinonimo cordisco, dopo la richiesta del Consorzio Vini d’Abruzzo di tenere per sé il nome del vitigno “montepulciano”, concedendo agli altri quello, appunto, di “cordisco”.
La storia del montepulciano si intreccia con quella del sangiovese, l’altro vitigno a bacca nera molto diffuso nell’Italia centrale. Pur non avendo affinità genetiche, le due uve in passato sono state vittime di una confusione durata per secoli. Responsabile ne sarebbe Sante Lancerio, bottigliere di papa Paolo III (siamo intorno alla metà del ‘500), che chiamava Montepulciano il vino proveniente dall’omonima cittadina toscana, che però già all’epoca veniva prodotto con il sangiovese.
Con la diffusione di quest’ultimo sarebbe cresciuto anche il disordine onomastico, una confusione che ritroviamo ancora agli inizi del Novecento, quando tutti i maggiori ampelografi non distinguevano ancora tra montepulciano e sangiovese. Tuttavia qualcuno aveva già intuito le differenze: in un testo della metà dell’800, infatti, si fa riferimento al “montepulciano primaticcio”, che indicherebbe il sangiovese, e il “montepulciano cordisco”, il montepulciano vero e proprio.
Oggi tutto ciò è stato ovviamente superato e gli studi scientifici sulle varietà hanno fatto chiarezza sulla genetica delle due uve. Anche perché è abbastanza facile cogliere le differenze nei vini prodotti con i due diversi vitgni. Il montepulciano infatti è un’uva molto materica, ricca, potente, generosa: tanto al livello agronomico quanto in fase di vinificazione ne va tenuto a bada il temperamento. Quando il gioco riesce, si ha a che fare con rossi molto interessanti, ottimi compagni della tavola e dal potenziale d’invecchiamento praticamente infinito.
Nonostante alcune problematiche già evidenziate, il comparto del Montepulciano è quello maggioritario all’interno della lista dei vini dell’Abruzzo premiati con i Tre Bicchieri, ben sette vini, se includiamo anche il Villamagna di Federico De Cerchio di Torre Zambra, Tre Bicchieri per la prima volta.
Il rosso abruzzese per eccellenza si conferma un buon termometro per comprendere stili aziendali e territori: si va da versioni di gran carattere come il Fosso Cancelli di Chiara Ciavolich o quello di Emidio Pepe, a etichette di stile moderno, come quelle di Nicodemi, Castorani, Vignamadre, a espressioni che ricercano la finezza e l’eleganza: bussare alla porta di Adolfo De Cecco di Inalto.
Ecco i Montepulciano d’Abruzzo che hanno ottenuto il massimo riconoscimento, i Tre Bicchieri, nella guida Vini d’Italia 2025 del Gambero Rosso.
Tra i Montepulciano presentati da Fattoria Nicodemi c’è davvero l’imbarazzo della scelta. Noi abbiamo preferito la struttura e la matericità del Neromoro ’20, dotato anche di un particolare timbro salmastro di sottofondo. Contrada Veniglio, Notaresco: sono queste le coordinate da segnare sul navigatore nel caso vogliate andare a visitare l’azienda di Elena e Alessandro Nicodemi. I due fratelli hanno raccolto l’eredità di papà Bruno che aveva avviato la produzione di vino intorno alla fine degli anni ’90. Le dolci Colline Teramane fanno da sfondo a questa avventura: i vigneti, coltivati in biologico, si giovano delle brezze che risalgono dalla costa adriatica, mentre alle spalle sono protetti dal Gran Sasso; tra i filari trovano spazio le classiche uve regionali.
Col Montepulciano ’22 di Emidio Pepe si è approdati verso un nuovo stile. Già dal colore, più scarico e più brillante rispetto al passato, si capisce di essere di fronte a un rosso che si è alleggerito. Il rischio in questi casi è perdere anche l’essenza, che in questo caso viene invece esaltata: viene lasciato spazio a un sottofondo sapido e minerale che rende il vino intrigante ed efficace. Il sorso ha un ritmo trascinante; in un pizzico di rusticità olfattiva e gustativa risiede poi il marchio di fabbrica e la riconoscibilità di una lunga storia.
Emidio Pepe è uno dei senatori del vino italiano. Risale al 1964 l’inizio della sua attività vitivinicola, quando decise di iniziare a imbottigliare i suoi vini, mettendo a frutto l’esperienza ereditata dal padre e dal nonno, già produttori. A fare da sfondo a questa lunga avventura, oggi portata avanti con successo dalle figlie Daniela e Sofia e dalla nipote Chiara, le colline di Torano Nuovo, nel Teramano, dove ogni anno si rinnova il rito di una produzione artigianale che ha saputo ritagliarsi uno spazio prestigioso nel gotha del vino mondiale.
A guidare la solida batteria aziendale di Inalto Vini d’Altura troviamo anche quest’anno il Montepulciano Campo Affamato. L’annata 2021 presenta un profilo aromatico sfaccettato e complesso in cui si rincorrono sensazioni floreali, di spezie dolci, di macchia mediterranea, di fave di cacao e mirtilli. In bocca è elegante e di grande tensione, dotato di un sottofondo sapido che allunga il sorso e bilancia la componente tannica.
L’azienda nasce a metà degli anni ’10 da un’idea di Adolfo De Cecco. Giovane, ma molto appassionato, innamorato della sua terra, decide di mettere su una piccola realtà prediligendo, come si capisce abbastanza chiaramente dal nome, solo vigne in altura. Si parte da otto ettari a Ofena, ma la piattaforma viticola si sta man mano ampliando con piccoli appezzamenti individuati sempre nell’Aquilano, mai a meno di 400 metri di altitudine. Di grande fascino l’Inoltre ’20, Montepulciano da vecchie vigne, tirato in pochissime bottiglie.
ll Montepulciano Capo Le Vigne ’19 al naso sfoggia profumi di cioccolato fondente e polvere di caffè, sensazioni che nascondono un frutto nero – prugna – maturo e dolce. In bocca la struttura tannica è imponente ma il sorso si divincola grazie a succosità fruttata e lieve sapidità di sottofondo; il finale è dedicato alle note tostate date dai legni di maturazione.
Il legame della famiglia Di Carlo con il vino affonda le sue radici negli anni Trenta del 1800. In questo lungo periodo sono state diverse le metamorfosi commerciali ma l’idea sottesa a queste trasformazioni è sempre stata la stessa: proiettare l’Abruzzo sul palcoscenico del vino che conta. Vignamadre è l’ultimo progetto messo su da Giannicola Di Carlo e dai figli Federico e Daniele: i vini proposti, a base dei classici autoctoni regionali, sono generosi e tecnicamente ineccepibili.
Il Montepulciano Podere Castorani, anche nell’annata 2020, è il solito rosso austero a cui siamo abituati. Il profilo aromatico è scuro su note di cioccolato fondente, tostature e grafite, appena accarezzato da ricordi fruttati. Il tannino è abbondante ma di buona grana e conferisce al sorso una solida struttura.
Questo storico podere, sito ad Alanno, sulle Colline Pescaresi, prende il nome dal suo primo celebre proprietario, il chirurgo Raffaele Castorani che, sul finire del’700, avviò l’azienda agricola. Dopo alcuni passaggi di proprietà, oggi sono le famiglie Trulli e Cavuto a portare avanti l’attività, trasformando una lunga storia in un’azienda moderna in grado di coniugare volumi importanti a una qualità non scontata. Nei vigneti, situati a un’altitudine che si aggira intorno ai 350 metri, trovano spazio perlopiù montepulciano, trebbiano e pecorino.
Il Montepulciano d’Abruzzo Fosso Cancelli 2019 è un rosso di carattere, che profuma di frutti neri di bosco, ha un tocco piacevolmente affumicato e minerale e poi sfoggia una bocca dal tannino fitto ma sottile e un palato sapido che proietta sapore in un lungo finale.
Chiara Ciavolich è l’ultima erede di una lunghissima tradizione di viticoltori e, forte di queste profonde radici, affronta il mondo del vino con carattere e caparbietà. Sua è l’idea dietro la linea Fosso Cancelli, etichette dalla forte impronta identitaria e dal tratto artigianale, che tanto ci sono piaciute nella scorsa tornata di degustazioni. I vigneti sono divisi in due corpi aziendali, uno di 24 ettari a Loreto Aprutino, risalente agli anni ’60, e l’altro a Pianella, sei ettari impiantanti nel 2000.
Il Villamagna ’22 di Torre Zambra (100% montepulciano) nonostante un legno un po’ invasivo che prende il sopravvento nel bouquet aromatico con sensazioni tostate e balsamiche, sfoggia una bocca ricca ma vitale, dal tannino fitto ma saporito e di buona grana. Federico De Cerchio è oggi alla guida di un’azienda che affonda le sue radici in una lunga tradizione di produttori di vino. Il gruppo attualmente può contare su un pugno di cantine localizzate nel sud del Paese. Torre Zambra, sulle colline di Villamagna, piccolo centro delle Colline Teatine, è il luogo da cui tutto è iniziato. Il vigneto si estende per poco più di 40 ettari: da queste vigne, coltivate in biologico, Federico produce etichette di stile moderno attraverso diverse soluzioni di vinificazione e maturazione che prevedono l’utilizzo di cemento, acciaio, legni di medie e piccole dimensione.
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