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Nove bottiglie su dieci di Gavi vanno all'estero. Ma il Consorzio ora vuole riprendersi l'Italia

Gemellaggio con il Timorasso e open day sono le strategie per incrementare gli affari sul mercato interno. Il presidente Montobbio: "Spesso si preferisce la vendita diretta o l'estero perché l'Horeca italiana è considerata un cattivo pagatore"

  • 19 Settembre, 2024

Non è facile per un distretto abituato a vendere ben oltre nove bottiglie su dieci (92 per cento) all’estero invertire o cambiare rotta e puntare sull’Italia, che tra l’altro non è attualmente una piazza che sta consumando grandi quantità di vino. Ma il Consorzio del Gavi Docg, bianco piemontese dalle caratteristiche che ben si adattano a un consumo moderato, giovanile e di qualità, ci vuole provare. Mentre nelle colline dell’Alessandrino la vendemmia è in corso, dopo una primavera che ha costretto i viticoltori a fare davvero gli straordinari per salvare l’annata (stimata in lieve calo sul 2023 ma con grappoli sani), il consiglio di amministrazione dell’ente di tutela presieduto da Maurizio Montobbio sta mettendo sul tavolo del confronto tra i produttori alcune nuove strategie sul medio-lungo periodo, come l’opportunità di lavorare meglio sul mercato interno, soprattutto nel canale della ristorazione, in particolar modo quella locale con cui il rapporto appare ancora complicato.

Mercato del Gavi “sbilanciato” sull’estero

Da molti anni, la denominazione piemontese, che oggi conta ben 14 milioni di bottiglie su oltre 1.500 ettari, per un giro d’affari di 70 milioni di euro, ha avuto nei mercati internazionali il principale sbocco. I numeri sono chiari: Inghilterra 62%, Stati Uniti 13%, Germania 6%, Russia 4% sono i primi acquirenti di questa Docg venduta in oltre cento Paesi. Considerando i canali di commercializzazione, il Gavi oggi è venduto prevalentemente in grande distribuzione (per circa un 52%, secondo stime consortili) seguita dal mondo Horeca (48%). L’Italia vale circa un milione di bottiglie (8% del totale), vendute al Nord per l’88% (di cui 42% in Piemonte e 46% altre regioni) e per il rimanente 12 per cento tra Centro e Sud Italia. Questi numeri, come spiega il presidente Montobbio al settimanale Tre Bicchieri, possono rappresentare un vulnus, nella misura in cui il mercato appare troppo sbilanciato sull’estero e su un cliente specifico, il Regno Unito. «Siamo complessivamente soddisfatti dei risultati sui mercati esteri ma stiamo anche ragionando su come recuperare una maggiore presenza in Italia», afferma il presidente che, tuttavia, ammette lo scetticismo di molti colleghi produttori e associati al Consorzio, generato dal fatto che l’Horeca italiana è considerata un cattivo pagatore, rispetto a quando accade sui mercati internazionali. Circostanza che fa preferire i rapporti con clienti oltre confine e limita il rapporto con l’Italia (se si escludono alcuni grandi imbottigliatori) quasi esclusivamente alla vendita diretta.

Le strategie del Consorzio per arrivare a un network locale

Sia chiaro, in premessa: le cantine del Gavi non hanno problemi di bilancio. Il vino d’annata ogni anno viene venduto e le giacenze sono sempre basse. C’è forse il problema del prezzo, che potrebbe migliorare incrementando la percentuale di vendite nei canali della ristorazione, a partire da quella locale, a scapito di qualche contratto con la grande distribuzione. Qui sta una delle sfide: conquistare le carte dei vini dei ristoranti della provincia di Alessandria. Come osserva lo stesso Montobbio: «Quando inglesi e americani vengono a Gavi e non trovano nelle carte vini dei ristoranti le etichette di Gavi che sono abituati a consumare nel proprio Paese si crea un problema di immagine e di reputazione». Di qui, la decisione dell’ente consortile di «incominciare dalla prossimità, dalla nostra provincia. Attraverso fondi Psr, la strategia promozionale si concentrerà quindi sia sull’enoturismo sia sulla creazione di un open day, da organizzare una o più volte l’anno, per far conoscere al mondo dell’Horeca locale che siamo un vino gastronomico e dal profilo contemporaneo. Vorremmo creare un circuito locale, una rete di professionisti, che ha piacere a lavorare con noi».

Il gemellaggio difficile con il Timorasso

L’idea di andare talvolta a braccetto coi dirimpettai del Derthona (le due Dop sono separate dal fiume Scrivia) è del 2015. creando una sorta di isola dei grandi bianchi del Piemonte era il progetto originario che, per essere digerito adeguatamente da alcuni imprenditori vitivinicoli, aveva bisogno di una fase di decantazione, per superare malcontenti, paure, campanilismi, competizioni. Ma il clima è cambiato da quando molti gaviesi si sono trasferiti con le loro attività nei Colli Tortonesi o hanno addirittura comprato dei vigneti e ora vendono, assieme al Gavi, anche il Derthona. Il recente evento Abaccabianca che ha celebrato i vigneti timorasso e cortese sta a testimoniarlo. «Del resto – osserva Montobbio – sono vini molto differenti e con un peso ben diverso, considerando che il Derthona supera il milione di bottiglie rispetto ai 14 milioni del Gavi».

Le stime di chiusura sul 2024

Guardando alla chiusura delle vendite per il 2024, il presidente Montobbio si augura di terminare l’anno «in linea con il 2023. Le vendite, come ci riferiscono i nostri imbottigliatori – sottolinea – stanno andando bene. Mentre sono in rallentamento le consegne del venduto 2024 che, quindi, sarà consegnato nel 2025. Questo potrebbe influire sui dati dell’anno solare».

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<<<< Questo articolo è stato pubblicato su Trebicchieri, il settimanale economico di Gambero Rosso.

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