
“In defense of wine” (“In difesa del vino“), è questo il titolo dell’articolo uscito sul New York Times, a distanza di pochi giorni dalla provocatoria penna di Susan Dominus, che scrive sul medesimo giornale “Is that drink worth it to you?” (“Quella bevanda vale la pena per voi?”), in copertina con un calice di vino rosso contornato da spine. Asimov si schiera contro il divieto assoluto di alcol, evidenziando l’ingiustizia di demonizzare un prodotto che, se consumato con moderazione, può apportare piacere e arricchire le nostre vite. Il vino va inteso come una parte integrante della cultura del mondo e simbolo di convivialità e condivisione. Non si tratta, quindi, di negare i potenziali rischi associati all’abuso di alcol, ma di evitarne una rappresentazione cieca che ignori la sua complessità.
Asimov invita i lettori a riscoprire il piacere del bere consapevole, scegliendo vini di qualità e bevendo con moderazione all’interno di un contesto sociale responsabile. Solo in questo modo, il vino può tornare ad essere ciò che è sempre stato: un elemento di gioia, cultura e unione. L’articolo del giornalista statunitense si inserisce in un dibattito sempre più attuale sul ruolo del vino nella società contemporanea: la sua posizione equilibrata e ponderata offre una preziosa testimonianza per tutti coloro che amano questo prodotto e desiderano difenderne il valore, senza per questo negarne i potenziali rischi, aprendo una riflessione sul futuro del consumo (qui un articolo di Cristiana Lauro sul Il Sole24 Ore) – sempre più frequente – di bevande low alcol, ma anche concentrandosi sul ruolo che il vino e la cannabis potrebbero giocare in questo scenario. Purtroppo, molti nell’industria vinicola temono che, poiché la marijuana è diventata più facile e meno rischiosa da ottenere, il vino perderà terreno rispetto alla cannabis legalizzata, dal momento che le persone scambiano uno sballo con un altro. «Sì, il vino è una bevanda alcolica. Il buon vino è molto di più. Ai bevitori di vino piace l’euforia, ma se questo fosse l’unico elemento ricercato, il vino non sarebbe altro che un inebriante» afferma Asimov, distaccando il pensiero che si ha del vino come “medicina per alleviare l’ansia” o “per rilassarsi a fine giornata”.
«Le bottiglie umili e quotidiane sono spesso le più importanti. I grandi vini occupano un posto di rilievo per le discussioni che suscitano e per il contesto che forniscono; non metteranno mai in ombra i piaceri più semplici che ci piacciono più frequentemente con gli amici e le persone care, così come i capolavori nei musei non eclisseranno mai la gioia quotidiana che proviamo per le opere d’arte dei nostri figli sul frigorifero», afferma il giornalista, aprendo interessanti spunti di riflessione che vanno oltre il semplice elogio del vino “buono perché dal costo esorbitante“. In un mondo dominato dagli eccessi e dalla ricerca spasmodica di un piacere immediato, l’articolo sul New York Times ci ricorda l’importanza della genuinità e della vera bellezza delle cose. Un invito a vivere con consapevolezza ogni esperienza, incluso il piacere di un buon bicchiere di vino.
«Non ho mai consumato vino perché immaginavo che fosse salutare. Ma non lo temo se consumato con moderazione, così come continuo a fare altre cose non prive di rischi, come guidare, volare, mangiare carne e allenarmi nelle arti marziali. Ognuno dovrebbe sentirsi libero di fare le proprie scelte sul vino. Nel valutarne i rischi, tenete conto anche della sua bellezza, cultura, storia e gioia». L’ideale oraziano della “via di mezzo” (rifuggire gli eccessi e ricercare l’equilibrio) va applicato anche al consumo di vino, poiché goderne appieno significa scegliere con criterio e moderazione. L’articolo del giornalista statunitense si configura, dunque, come un monito contro l’integralismo e un inno alla libertà di scelta, valori imprescindibili per una società sana e consapevole.
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