Mai come stavolta è così alta la probabilità che aumentino le tasse sul vino italiano esportato negli Stati Uniti. Ed è chiara la sensazione di paura che si percepisce conversando con le associazioni di categoria. Lo scenario peggiore è che il settore vitivinicolo subisca un danno sensibile, in un mercato che, da decenni, rappresenta uno sbocco naturale. Un clima di grande preoccupazione sta caratterizzando queste settimane. Se ne è parlato in passato (vedi articolo Tre Bicchieri del primo agosto 2019), ma quella sirena in lontananza oggi ha tolto la sordina e sta rimbombando nelle orecchie dei produttori.
Il Wto ha autorizzato gli USA a imporre dazi sui prodotti Ue nell’ambito di un contenzioso nel settore aeronautico sugli aiuti di Stato. Si parla di 5/10 miliardi di dollari (la somma sarà resa nota il 30 settembre) di tasse su diversi prodotti, tra cui anche il vino. Gli effetti potrebbero essere devastanti per il nostro export.
Gli effetti del contenzioso Boeing-Airbus è, infatti, quasi all’epilogo, con gli Stati Uniti che hanno maturato il diritto a imporre dazi compensativi nei confronti dei prodotti in entrata dall’Ue, colpevole di non aver rispettato una sentenza del Wto (l’organizzazione mondiale del commercio), risalente al 2011, sui sussidi di Stato alla compagnia europea Airbus, concorrente della statunitense Boeing. Quei 18 miliardi di dollari equivalenti, di cui avrebbero goduto i superjumbo del consorzio Airbus formato da Francia, Germania, Uk e Spagna (si noti bene che non c’è l’Italia), tra il 1968 e il 2006, si sono configurati come aiuti, in violazione delle regole del commercio e, per di più, non sarebbero stati del tutto restituiti.
Il governo Trump, pertanto, vanta un grosso credito nei confronti del Vecchio Continente. E, soprattutto, impugna il coltello dalla parte del manico. Perché potrà stabilire quali settori economici colpire per ottenere un ristoro. Washington ha già stimato in 11,2 miliardi di dollari l’entità annua dei dazi, se l’Europa non rimuoverà ulteriormente i sussidi al comparto aereo. La lista preliminare dei prodotti tassabili pubblicata sul Federal register comprende i settori più diversi, inclusi la moda, l’agroalimentare e, purtroppo, il vino. Ma questa somma, stabilita in sede di arbitrato del Wto, si conoscerà lunedì 30 settembre. A quel punto, gli Usa dovranno soltanto prendere la mira e premere il grilletto. Si parla di sanzioni tra i 5 e i 10 miliardi di dollari.
I vini di importazione nel mercato statunitense sono sottoposti a dazi doganali (a carico dell’importatore) e altre tasse variabili da Stato a Stato in base a tipologia, colore, misure, contenitori, etc. Altra imposta applicata ai vini riguarda l’accisa federale (excise tax), versata al Ttb (Tobacco tax and trade bureau), dipendente dal ministero del Tesoro, a cui si aggiungono ulteriori accise (anch’esse variabili) applicate dai singoli Stati dell’Unione. Ad esempio, ai vini spumanti ed effervescenti sono applicati dazi di 19,8 centesimi di dollaro/litro e accise per 1,59 dollari/litro
Prima destinazione in valore del vino italiano (quasi 1,5 miliardi di euro) e seconda a volume (con oltre 3,3 milioni di ettolitri); una domanda complessiva aumentata di oltre 30% negli ultimi cinque anni e un analogo tasso di crescita registrato per il quantitativo di vino esportato dall’Italia. Nello stesso periodo, la spesa statunitense per vini spumanti è salita complessivamente del 70%, mentre quella relativa al prodotto proveniente dall’Italia è più che raddoppiata. Decine i progetti promozionali a valere sui fondi Ocm spesi da associazioni temporanee e consorzi italiani in questo mercato, con l’export passato da una media di 800 milioni di euro tra 2006 e 2010 a una media di 1,32 miliardi di euro tra 2014 e 2018 per un incremento del 65,4%. Nel corso del 2019, non si registrano performance particolarmente brillanti per i vini fermi, secondo un trend in atto da qualche anno, mentre gli spumanti proseguono a crescere bene. Tutti numeri che dimostrano quanto sia delicato questo mercato per gli equilibri economici del settore vitivinicolo italiano.
La Federvini già due anni fa aveva preconizzato una simile situazione, con gli Usa a battere cassa nei confronti dell’Europa, forti di una sentenza del Wto inappellabile. “I dazi sconvolgono il mercato” fa notare l’organizzazione presieduta da Sandro Boscaini “per i buyer fare scorte diventa costoso e si dovrà affrontare un’agguerrita concorrenza con prodotti di altri Paesi che non vi sono sottoposti. Sei mesi” avverte la Federvini “sono sufficienti per provocare danni, perché quando il consumatore sposta le sue scelte su un altro prodotto è poi difficile riconquistare la sua fiducia”. L’auspicio è che l’importo totale delle imposte sia contenuto, più vicino ai 4 che non ai 10 miliardi di dollari.
Unione italiana vini, con il suo presidente Ernesto Abbona, teme la possibilità che l’imposizione di un dazio al 100% possa mettere “fuori mercato” i vini italiani, con conseguenze disastrose. “Come già accaduto in passato” dice Abbona “il nostro settore si trova al centro di una guerra commerciale rispetto alla quale è totalmente estraneo, trattandosi di una disputa che coinvolge i Paesi parte del consorzio Airbus: Gran Bretagna, Francia, Germania e Spagna. Auspichiamo, quindi, che venga fatto tutto ciò che è necessario per dare garanzie alle imprese italiane del vino. Chiediamo un intervento del premier Conte per avviare un’opportuna azione diplomatica”. Il vino italiano perderebbe, in primis, competitività nei confronti dei prodotti made in Usa ma c’è anche un rovescio della medaglia, come nota il segretario generale Uiv, Paolo Castelletti: “Questo dazio sarebbe un danno anche per gli importatori e gli operatori americani, che in questi anni hanno investito molto sul prodotto italiano. E, indirettamente, a farne le spese sarebbe anche il consumatore statunitense, che ha scoperto in questi anni il nostro vino, lo apprezza e lo cerca sugli scaffali dei supermercati, nei wine-shop, nei wine bar e nei ristoranti d’oltreoceano”.
Se anche il vino non fosse inserito nella lista principale, esiste la possibilità che si entri nel sistema cosiddetto a carosello. Vale a dire che, trascorsi tre mesi dall’inizio di applicazione dei dazi, gli Stati Uniti possono modificare i prodotti tassati, escludendone alcuni e includendone altri. Pertanto, la possibilità per il vino resta molto alta, nonostante in prima battuta il prodotto sia escluso da quelli considerati target.
“C’è ancora tempo e modo per evitare una guerra commerciale tra Ue e Stati Uniti”, sottolinea Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura, che chiede alla Commissione europea di “aprire con urgenza un negoziato con gli Stati Uniti, per evitare l’imposizione di dazi doganali aggiuntivi sui nostri prodotti. Sarebbe utile coinvolgere anche gli operatori di oltreoceano” rileva “per sensibilizzare le istituzioni interessate statunitensi sulla criticità di destabilizzare un mercato importante per entrambe le parti. La via da seguire con assoluta urgenza è quella del dialogo bilaterale”. L’entrata in vigore dei dazi potrebbe scattare con un lieve anticipo rispetto a una Brexit senza regole: “Dobbiamo assolutamente evitare una tempesta perfetta” conclude Giansanti “ai danni di tutta la filiera agroalimentare”.
La Coldiretti allarga lo sguardo a tutto il food e punta il dito, in particolare, contro le lobby americane dell’industria agroalimentare, interessate, come nel caso del settore lattiero caseario, a una tassazione sui prodotti italiani di importazione. La creazione della black list, secondo l’organizzazione degli agricoltori, è una mossa “sostenuta soprattutto dalla lobby casearia Usa (Ccfn) che ha addirittura scritto al presidente Trump per chiedere di imporre dazi alle importazioni di formaggi europei, per favorire l’industria del falso Made in Italy, che ha avuto una crescita esponenziale negli ultimi 30 anni, dal Wisconsin alla California fino allo Stato di New York”.
Nel mercato Usa, la posizione competitiva del comparto lattiero caseario italiano è di leader davanti a Francia, Paesi Bassi e Germania. Gli Usa sono il quarto mercato di destinazione dei formaggi italiani e il Parmigiano Reggiano è tra le Dop più esposte. Nel 2018, sono state esportate negli Usa 10 mila tonnellate di prodotto e il primo semestre 2019 è positivo: “Trump minaccia di applicare un dazio pari al valore del prodotto importato” ricorda Nicola Bertinelli, presidente del consorzio “e ciò significa che il dazio passerebbe da 2,15 dollari a 15 dollari al kg. Si può stimare che il costo del Parmigiano Reggiano passerebbe da 40 dollari a 60 dollari al kg. A un aumento di prezzo, corrisponderà inevitabilmente un crollo dei consumi pari all’80-90%”.
Governo e Ambasciata italiana negli Stati Uniti, con l’ambasciatore Armando Varricchio, stanno lavorando per evitare di innescare la temuta guerra commerciale. Ai primi di ottobre, a Roma, quando già si saprà l’entità dei dazi, è in programma la visita del segretario di Stato americano, Mike Pompeo. Sul tavolo ci saranno numerosi dossier. Sarà un’occasione per sensibilizzare gli Stati Uniti sulle ragioni dell’Italia. E viene da chiedersi se il presidente Trump vorrà prestare orecchio agli appelli di Conte, da lui tanto sostenuto durante la crisi politica innescata dall’uscita della Lega a fine agosto (indimenticabile il “Giuseppi” nel tweet di endorsement). Un’amicizia, ci si augura, che possa portare qualche vantaggio.
Il Mise, tramite l’Agenzia Ice, e il gruppo di lavoro costituito con Federvini, Uiv e Federdoc, ha attivato dal 2018 un progetto di ampio respiro per incrementare negli Usa le quote di mercato del vino italiano. Diverse le attività, tra cui un piano di comunicazione, svolto nel 2018, con la campagna Italian Wine – Taste the Passion. Seguito da azioni di formazione sul trade, in base alla considerazione che il consumatore americano non abbandona i vini più noti e riconoscibili (Prosecco, Pinot Grigio e Chianti) ma tende a rivolgersi ai vini californiani e francesi quando compra vini premium. Con quest’azione l’Ice intende creare trecento ambasciatori del vino italiano tra i professionisti del settore. L’attività è in corso in 10 tappe: New York (Metro), California, Florida, Illinois, Texas, Massachusetts, Pennsylvania, Ohio, Virginia (compreso Washington Dc), e Colorado. Il programma newcomers, in corso, ha coniugato formazione e consulenza sulle aziende italiane, per trovare potenziali partner commerciali negli Usa. Un’ulteriore attività è stata svolta in collaborazione con Gambero Rosso, Slow Wine, e Iem-Simply italian great wines realizzando nel 2019 tappe di grand tasting in città meno toccate da eventi vino: Fort Lauderdale, Denver, Boston, Atlanta, San Diego, Seattle.
a cura di Gianluca Atzeni
Articolo uscito sul numero di Tre Bicchieri uscito il 26 settembre
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