Gli abitanti della Champagne riportano un dettaglio prezioso della gloriosa annata 2008. Raccontano che in quei mesi irripetibili anche l’acqua piovana fosse buonissima: “Unique et magnifique!”. Anche da questa parte delle Alpi il millesimo non fu esattamente sottotono per il Metodo Classico, versioni monumentali di Giulio Ferrari ’08 e Franciacorta Riserva ’08 de Il Mosnel sono lì a certificarlo tutt’oggi. Abbiamo raccolto una serie di assaggi di Champagne 2008 da brivido, l’annata ci ha regalato una montagna di freschezza ed emozioni profonde. Le degustazioni sono state realizzate a bottiglie scoperte, in periodi temporali diversi.
La dinamica è quella dell’innamoramento. Siamo felici e non capiamo perché; siamo completamente in balia degli eventi; vediamo solo una maledetta attrazione magnetica. Il bicchiere ci schiaffeggia con quel tocco maturo così riconoscibile: brioche, tostato, spezie, caffè, agrumi. Anche iodio. La bocca è clamorosa, il piacere totale e devastante. Offre un mondo immersivo, salato e freschissimo, dal sapore infinito. Da perderci testa e portafoglio.
Cramant, Cramant. La parcella di Chardonnay guarda a Oriente, la vigna è vecchia, la sboccatura manuale. Nei profumi c’è qualcosa di mistico, sono ampi e verticali allo stesso tempo, tè verde, zenzero e cumino. Al palato è una scheggia di sale e frutti bianchi, purissimo nell’affondo mentolato, succoso e dalla freschezza semplicemente rigenerante. Wow. Le cuvée successive hanno scontato tutta questa poesia condensata.
L’altra faccia di Cramant, sempre vigna vecchia ma dallo sguardo più glaciale e puro, il vestito è da serata importante. La presa sui lieviti è da manuale, i profumi di pane tostato e fiori bianchi talmente belli da non sembrare veri. La bocca è affilatissima, ha struttura e cambia passo, dribbling sapido da fuoriclasse. La scossa al palato crea un senso di vertigine. Ti riprendi solo sul finale, con un tocco di agrume per rimettere i piedi sul pianeta Terra.
Ben 916 bottiglie prodotte. I fortunati che hanno avuto il piacere d’incontrarlo dichiarano di aver incontrato il miglior Meunier in purezza mai prodotto. La vigna è del 1962 sul Mont Benoit (Montagna di Reims), la malolattica bloccata. Ci ha colpito la quantità di sapore e sapidità in una trama tutt’altro che pesante e densa, elegante la veste di bergamotto perfettamente fusa con spezie e tostature. Una marea di contrappunti e dettagli nel segno di una bevibilità che entusiasma.
In passato abbiamo fatto fatica a sintonizzarci su questa cuvée, spesso densa e materica all’uscita. Il 2004, dopo qualche anno in bottiglia, ci ha messo in crisi, questo 2008 ci ha illuminato. L’aspetto tostato è finissimo e avvolgente, di nocciola, burro di montagna, fieno, zenzero. La bocca è piena, completa, dinamica, di grandissima articolazione e profondità. La parte tattile è un incanto. L’abbiamento con una pepata di cozze del Lago di Paola è illegale.
Bianco, puro, preciso. La sensazione di armonia ed equilibrio è impeccabile, le note di gesso e limone sono fini e ariose. La bocca scava in profondità con un movimento elettrizzante, l’acidità è perfettamente integrata, il perlage cesellato, il finale lunghissimo e raffinato. Una bellezza nitida e museale, difficile da afferrare del tutto ora. Un paio di anni di bottiglia e sarà anche coinvolgente.
Mesnil non si concede mai del tutto in apertura, il primo passo lo devi fare tu. L’inizio è contratto e un po’ muto, poi si concede in un tratto nitido di fiori bianchi e agrumi, con una nota più evoluta a dare completezza. La bocca è cremosa, minerale e raffinata. Ha un senso della proporzione raro.
Compatto, austero, energico. Da ricercare nel bicchiere, anche facendolo scaldare di qualche grado. Ed eccolo uscire dalla tana nei suoi sbuffi di lime, anice, gesso. La bocca è decisa, impattante, con un bellissimo grip, con una veste speziata ad arricchire il sorso, maturo e ritmico. Con lo spaghetto ai ricci l’abbinamento è rimasto su carta, troppa tensione.
Una sola annata, una sola botte. Non passa inosservata la cuvée di Bertrand Gautherot. Sembra mettere insieme due fasi, la bocca è decisamente matura, con un tocco ossidativo, profumi di mela dimenticata nel cestino della frutta, caffè e liquirizia. La bocca rovescia tutto, tesissima, mossa da un’energia formidabile. La beva procede a strappi, che caratterino! La seconda bottiglia assaggiata, ahinoi, era veramente stanca.
Chiudiamo a Vertus. Pascal Doquet firma uno Champagne complesso (fiori bianchi, agrumi e brioche) e raffinato dove tensione e ricchezza si bilanciano perfettamente. La chiusura è leggera, netta e danzante. L’accento sapido accompagna gentilmente dall’inizio alla fine.
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