La scorsa settimana, mentre la Francia si preparava ai Giochi Olimpici di Parigi, due dirigenti di un’azienda vitivinicola di Bordeaux sono stati condannati a pene detentive e a pesanti multe per aver sfruttato dei lavoratori migranti, costringendoli a lavorare per lunghe ore senza pause e ospitandoli in condizioni degradanti. Il caso di caporalato si aggiunge a una situazione non rosea per la viticoltura francese, tra il maltempo, le scarse vendite e le malattie. E arriva poche settimane dopo i recenti sforzi compiuti in Champagne dal Comité di Epernais per migliorare le condizioni dei lavoratori, dopo le morti dei quattro vendemmiatori nel 2023, a causa del caldo estremo, che hanno spinto l’istituzione a implementare un piano in quattro punti per migliorare sicurezza, salute, contratti di lavoro, alloggi, formazione e informazione.
Il caso dei due imprenditori ha rivelato una cruda realtà, non molto distante dal caso di caporalato che ha scosso le Langhe questo mese: giovani lavoratori provenienti dal Marocco costretti a raccogliere l’uva dalle 5 del mattino fino alle 14 senza pause, per poi essere impiegati in lavori di manutenzione. Questi lavoratori alloggiavano a La Réole, nel sud-est della regione di Bordeaux, in condizioni igieniche precarie, senza acqua calda, con bagni privi di sedili e serrature, e un impianto elettrico difettoso. I lavoratori erano stati attratti in Francia con la promessa di un contratto di tre anni, alloggio e uno stipendio mensile di 1.600 euro. Tuttavia, la realtà era ben diversa: ricevevano tra i 200 e i 700 euro al mese, con ulteriori riduzioni per pagare le spese di alloggio. Il caso è emerso quando sono stati licenziati dopo soli tre mesi di lavoro.
Secondo quanto riposata il quotidiano regionale Le Républicain, i due sono stati giudicati colpevoli di traffico di esseri umani. Le famiglie dei lavoratori avevano venduto tutto ciò che possedevano e chiesto prestiti per permettere ai loro cari di lavorare in Francia. I lavoratori, a loro volta, una volta giunti sul posto, si sono trovati intrappolati in un ciclo di sfruttamento e abusi, senza vie di fuga. I due imprenditori sono stati condannati rispettivamente a 30 mesi di prigione, di cui 20 di libertà vigilata, e 15 mesi, di cui sette sospesi. Inoltre, la famiglia è stata multata per un totale di 50mila euro e le è stato vietato di gestire un’azienda agricola per cinque anni. Mentre altri tre membri della famiglia coinvolti nell’attività sono stati archiviati.
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