Per me era un nonno come tutti, non il regista famoso, vincitore di premi Oscar, pilastro del Neorealismo, icona nella storia del cinema e della nostra cultura. Agli occhi di me bambina Vittorio De Sica era un nonno tenerissimo, sorridente e con cui giocare. Malgrado un phisique du role non adatto, amavo mostrargli le mie ultime coreografie. Non proprio una étoile del balletto, piroettavo goffamente, e lui era gentile e mi “dirigeva” cercando di non ridere per non urtare la mia sensibilità quando cadevo a sedere. «Rifalla, ma con meno slancio», un nonno dolcissimo.
Poi crescendo ho masticato ogni suo film migliaia di volte e ancora mi commuovono certe scene: il piccolo Bruno che afferra la mano del padre e inciampa nel finale di Ladri di biciclette, la pellicola che ha cambiato per sempre la storia del cinema La preghierina di Pricò ne I bambini ci guardano presa para para da quella che recitava mia madre da bambina. La passeggiata a cavallo dei due piccoli protagonisti per Via Veneto in Sciuscià. Ogni minuto di Umberto D. Per non parlare del piccolo-grande capolavoro Il Giudizio Universale, che raccoglie nella città di Napoli vignette e caratteri surreali ma anche tanto veri e attualissimi.
Nonno Vittorio amava Napoli alla follia. Sosteneva che solo nu cafone ‘e fora – come lui stesso si definiva da ciociaro di origine Salernitana – può amare Napoli più di un napoletano. La città gli ha dedicato una strada nel quartiere Stella, i cui vicoli sono stati tante volte catturati dalla sua cinepresa.
Oltre a nonna Titta, che mi ha acceso le papille gustative, anche nonno Vittorio ha contribuito a scolpire la mia identità da un punto di vista sensoriale. Sempre elegante, affettuoso e attento alla sensibilità altrui, era anche un gran buongustaio. Amava la buona tavola, soprattutto ricette semplici, porzioni misurate: la pastasciutta, le minestre, i dolci. Quando mamma era piccola portava sempre una guantiera le sfogliatelle. Lei, che invece non amava i dolci chiedeva le “sfogliatelle col salame”, e lui scoppiava a ridere.
Nel 1911 ci fu una grave minaccia sanitaria: un’epidemia di colera. Per contenere i focolai, le autorità proibirono di mangiare frutta fresca. Ma per i bambini di casa, Vittorio era il secondogenito di quattro, non poteva mancare la frutta. Per procurarsene, la madre – mia bisnonna Teresa – si faceva aiutare da Vittorio di appena dieci anni durante gli acquisti dagli ambulanti. Lui faceva da palo mentre lei comprava qualche frutto. All’arrivo delle guardie lui intonava a squarciagola Torna a Surriento per dare l’allarme.
Di bocca buona, ma anche selettivo nelle sue scelte. Non amava aranci e mandarini. Nel nostro lessico familiare quando ci si offre di sbucciare per qualcuno un tarocco o una clementina, lo citiamo, sussurrando, «Agrumi, ohibò!»
Un altro ricordo riportato da mia madre che ci ha fatto sempre molto ridere risale a quando mio padre, Peter Baldwin, a Parigi ha chiesto a nonno Vittorio “la mano” di mia madre. Per festeggiare, i tre sono andati a pranzo a un bellissimo ristorante di cui non ricordo il nome, e nonno ha ordinato per l’occasione una bottiglia di Chateau Haut-Brion 1955 che il maître ha portato a tavola avvolto in una stoffa pregiata come l’infante di una famiglia reale. Dopo il rituale del tappo, l’assaggio e la mescita in bicchieri di cristallo, con un capannello di camerieri in adorazione, mio padre – poco avvezzo al vino e al cerimoniale ad esso associato – ha versato nel calice di vino mezza bottiglia di Evian. Il maître è svenuto con un rantolo ed è stato portato via a braccia dai camerieri. Immagino lo sguardo di nonno rivolto a mia madre, un non-detto dal sottinteso “Sei sicura di quello che stai facendo?”.
L’ultima volta che l’ho visto era già malato. Aveva un tumore ai polmoni che all’epoca non si curava. Siamo andate un pomeriggio a trovarlo io e mamma alla casa di Via Aventina, dove abitava. Siamo entrate nella penombra della sua camera, era a letto, e fece un gesto che racconta la sua grandezza, la sua anima delicata e buona. Respirava con l’ausilio della bombola d’ossigeno, e sul momento non ho capito la delicatezza del suo gesto, l’ho compresa anni dopo: appena abbiamo aperto la porta, nel vedermi si è illuminato e si è sfilato la cannula dal naso. Un gesto di dignità per proteggermi, evitare di spaventarmi con quell’accessorio medico.
Nonno Vittorio veniva a pranzo quasi tutte le domeniche, e poi faceva un riposino. A me il compito di svegliarlo con il vassoio del caffè, un rituale dolcissimo. La camera era sempre buia, le persiane tirate giù. Lui si svegliava piano, avvolto nel plaid di cashmere a scacchi marrone. Ricorderò sempre il profumo del plaid misto alla sua lozione per i capelli candidi, e del caffè. Lo sorbiva lentamente dalla tazzina a tulipano con il bordo celeste. A me lasciava il fondo: un anellino di caffè con i cristalli di zucchero che non avevano fatto in tempo a sciogliersi. Senza dire una parola mi sorrideva e questo era il segnale per bere quel goccio di caffè buonissimo. Un piccolo momento intimo di condivisione, solo nostro. Poi se ne andava, nel suo abito di flanella grigia, elegante e profumato di colonia inglese e di camoscio, come i suoi guanti. Mi faceva l’occhiolino e un sorriso sulla soglia di casa e via, fino alla settimana successiva.
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