Gian Antonio Locatelli è un artista. Ma anche un allevatore, di mucche. Identikit necessario per inquadrare il progetto che l’ha reso celebre nel panorama culturale italiano e internazionale senza additarlo come mera provocazione. La genesi del Museo della Merda, aperto ormai diversi anni fa nel piacentino, a Castelbosco, è infatti strettamente connessa a un progetto di economia circolare che porta benefici concreti alla comunità. Dal suo allevamento, Locatelli ricava il biometano per alimentare un paese di 3mila abitanti, oltre a concime secco organico (registrato come Merdame, in vendita anche su eBay), ma anche mattoni e intonaco. E proprio dal letame prodotto in grandi quantità dalle sue mucche – 1500 quintali al giorno – parte la riflessione di questo insolito allevatore lombardo, classe 1956, un po’ visionario e intenzionato a trasformare un materiale di scarto in risorsa, ecologica, commerciale, artistica. Da suo padre Locatelli ha ereditato il mestiere, la professione di agricoltore e allevatore; ma non ha mai accantonato la passione per l’arte, maturata a New York, centro nevralgico della Pop art, proprio negli anni di grande fermento culturale legato alla nascita del movimento finito sui libri di storia dell’arte.
Così, nel 2015, Locatelli si allea con il collezionista Massimo Valsecchi per fondare il Museo della Merda, chiama Luca Cipelletti a realizzarlo e raccoglie negli ambienti espositivi una serie di installazioni sul tema della trasformazione, del riuso e della metamorfosi, per esaltare la qualità intrinseca alle sostanze generali di rigenerarsi. Letame in primis, materiale preziosissimo per chi lavora nei campi dalla notte dei tempi, che al museo è oggetto di intrattenimento, ricerca storica e tecnologica. In rapporto diretto con l’azienda agricola, diventata a sua volta museo a cielo aperto (con interventi di land art d’autore), da cui parte il percorso di visita, prima di accedere al castello che ospita la collezione, in sale progettate anch’esse prevedendo l’utilizzo di sterco, sul modello di tecniche costruttive storiche, diffuse in molte culture del mondo antico.
Ma sempre nel 2015 ha esordito anche il progetto Merdacotta, recentemente protagonista alla bella mostra sul food design del Victoria & Albert Museum di Londra (Food: Bigger than the plate, fino al 20 ottobre 2019; in mostra anche le tazze fatte con i fondi di caffè di Kaffeeform). Di fatto un materiale, brevettato col nome di merdacotta, ottenuto a partire dal letame bovino lavorato come fosse terracotta, per dare forma a una linea di vasi, mattonelle, ma anche stoviglie che finiscono in tavola, anteponendo la sostanza alla forma. Creando anzi un corto circuito tra forme ancestrali e modernità, con l’idea di accompagnare le abitudini quotidiane. Non a caso, nel 2016, i prodotti a marchio Merdacotta hanno ottenuto il primo premio del Milano Design Award.
Ma come nascono piatti e bicchieri di Merdacotta? All’insegna di un allevamento – di bovini da latte, per la produzione di Grana Padano: 3500 capi per 500 quintali di latte giornalieri – zero sprechi: ogni giorno lo sterco alimenta un impianto di biogas per la produzione di energia elettrica (3 megawatt l’ora, che alimentano le sette unità dell’azienda) e calore (che riscalda il museo). Il digesto viene poi miscelato con argilla, plasmato e cristallizzato con smaltatura trasparente senza piombo tramite cottura a mille gradi, seguendo il procedimento di produzione di terracotta e porcellana. La linea per la tavola, in stile “contadino”, include piatti piani e fondi, bicchieri, ciotole, insalatiere, tazze e brocche, acquistabili presso lo Shit Shop del museo di Castelbosco o nei rivenditori che li distribuiscono, al momento tutti nel Nord Italia, tra Piemonte e Lombardia. Così Castelbosco è diventato punto di riferimento internazionale nel panorama dell’ecoindustria (e continua a collezionare premi, l’ultimo, assegnato da Confagricoltura a luglio per “l’innovazione nel settore dell’agricoltura”), e insieme centro culturale vivace, senza trascurare la sua dimensione produttiva e la vocazione agricola.
foto di Henrik Blomqvist
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