Non uno speak easy, non un secret bar, non un posto ben visibile su strada, e neanche la copia conforme del primo locale di cui eredita una parte del nome. Il nuovo cocktail bar di Luca Marcellin è qualcosa di diverso: Drinc. different. Piccolo, piccolissimo: appena 18 posti di cui 6 al bancone che ha due station di lavoro. Con l’idea portante di un piccolo luogo ricco d’atmosfera e di cura per gli ospiti e per i dettagli. Del resto Marcellin ha alle spalle una lunga carriera nei bar dei grandi alberghi (l’ultimo il Four Seasons di Milano, al suo rientro in Italia), dove vince la cultura dell’accoglienza.
E proprio dal mondo dell’hotellerie nasce l’idea di un boutique bar, sulla falsariga dei piccoli alberghi con poche camere curatissime e un servizio ultrapersonalizzato, così Marcellin insieme alla compagna Desiree Brunet (anche lei con trascorsi nell’hotellerie di lusso) hanno deciso di bissare l’esperienza del Drinc. Cocktails & Conversation in un nuovo concept tutto volto alla cura degli ospiti. A indicare la direzione le dimensioni del locale: “saranno 40 metri quadrati in totale”. A fare il resto il loro percorso professionale.
Trovato lo spazio vicino al primo bar così da potersi spostare agilmente tra i due, scelto il mood – “siamo partiti dall’ottimismo e il buonumore degli anni dello swing, ma reinterpretati in chiave moderna, senza salti temporali” – affidato al gruppo Brandless il compito di tradurlo in interior design, ci sono voluti appena quattro mesi prima di cominciare a miscelare.
“Siamo in una via in cui non c’è nulla, la sera” ci racconta Luca “ed è una cosa che mi piace, giri l’angolo e ti chiedi se non hai sbagliato strada. Poi ti avvicini, trovi una piccola vetrina tutta nera, e all’interno un locale chic. Entri e ti lasci Milano alle spalle”. Insomma non è un secret bar, ma non ci arrivi di certo per caso, al Drinc. “Devi sapere dov’è, è nascosto ma non nascosto”. Una volta dentro Luca e i suoi celebrano il rito dell’accoglienza. Dall’aprirti la porta all’accompagnarti al tavolo, dallo sgabellino per poggiare la borsa alla discrezione completa “quel che succede al Drinc rimane al Drinc” alla cura del cliente: “ricordiamo ogni persona, i suoi gusti, quel che beve. Ma in certe occasioni… non l’abbiamo mai vista”. Niente selfie, neanche per i supervip, nessun mormorio. Qui si viene per stare tranquilli, accolti dal bicchiere di acqua aromatizzata d’ordinanza, “ne abbiamo un paio diverse al giorno”.
Tappeti, poltroncine di velluto. E poi il bancone in cui si gode di un’esperienza face to face con i barman, con piano di lavoro, bottiglie e bancone tutti alla stessa altezza, così che gli ospiti possano seguire in diretta e ogni passaggio della preparazione. Il resto sono tavolini bassi e poltroncine. Nessun servizio in piedi o all’esterno, solo 18 coccolatissimi clienti. Un locale esclusivo, ma solo per le dimensioni. “Per il resto vogliamo che rimanga un locale su strada, dinamico, easy, dove nessuno se la tira”.
La drink list conta 17 referenze più 5 vermouth & tonic e 5 gin tonic – “uno che a me piace molto è con Silent Pool e Royal Tonic, agrumato e leggermente floreale” – e per gli indecisi anche qui come all’altro Drinc la possibilità di affidarsi al caso, trovando il proprio cocktail del ‘destino’. Qualche special qua e là, a sorpresa, e un menu che accompagnerà gli ospiti durante l’anno: “abbiamo una clientela affezionata che ama ritrovare i suoi cocktail preferiti”. Non ci sono spirits privilegiati e altri tabù – “vogliamo incontrare i gusti di tutti i palati” spiega – ma una ricerca a tutto tondo e preparazioni fatte in casa, si tratti di liquore al papavero o acqua di linfa di betulla. Tante tecniche di cucina “ma facciamo in modo che il drink si beva e non si mangi, che sia elegante, bevibile per tutti e che si possa bissare senza problemi”. In carta oggi ci sono cose come Pandano parisienne (Merlet eau de vigne, Brottet triple sec, Grand marnier, sciroppo di foglie di pandano e una parte di citrico) o Lady D. (Apple Jack, sciroppo alla mela e pepe giamaicano, lime, miele di dattero, albume pastorizzato), e poi twist sui classici.
Per spiegare la sua filosofia di miscelazione, Luca punta su un concetto chiave: cristallino, che declina sia nel gusto che nell’olfatto e nell’aspetto visivo: “tanta tecnica nell’esaltare i gusti, ma senza troppi ingredienti e troppe sfumature. Puntiamo a drink in cui ci sono tre elementi, magari elaborati in una determinata maniera, e che insieme creano un gusto nuovo, raffinato, elegante” illustra. Con quell’idea di nettezza nei sapori e nell’aspetto: “faccio un esempio, usiamo lo Hoshizaki per il ghiaccio da lavoro, ma poi i drink escono con un ghiaccio cristallino che nel bicchiere non si vede, perché perfettamente trasparente e lo stesso vale per i bicchieri: usiamo i Nude, una linea che si trova nell’alta ristorazione, credo siamo il primo cocktail bar a usarli”.
Passate le prime settimane di rodaggio, da settembre si comincia a fare sul serio, completando l’offerta con una proposta food che evolve durante la serata. All’ora dell’aperitivo dry snack, taralli, pepite di mais e via così e poi qualcosa di più cucinato: vol au vent, formaggio al tartufo, tartare con senape di Dijon, macaron salati. Più tardi, invece, insieme ai cocktail arriva un’alzatina con marshmallow arrostiti e pop corn nel classico contenitore a righe rosse. E per chi ha più fame? Hot dog! “Ci piace l’idea di giocare con questa proposta che apparentemente non c’entra nulla con lo stile del locale”. Di nuovo un piccolo effetto sorpresa.
Drinc. different – Milano – via Francesco Hayez n. 13 – Milano – 389 103 5321
a cura di Antonella De Santis
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