
A Firenze c’è attualmente la più alta concentrazione di caffetterie specialty in Italia. Soprattutto considerando che la città non è poi così grande, non se paragonata a Roma o Milano. A rubarmi il cuore, in particolare, è stata Melaleuca, una bakery di gestione americana/australiana dove nulla è lasciato al caso, a cominciare dalla bella atmosfera e l’ampia varietà dell’offerta che permettono di fare un giro per il mondo vista lungarno. Basterebbe questo a renderla una tappa imperdibile, ma c’è di più. Molto di più.
Lo ammetto, per Firenze ho un debole, soprattutto per le sue caffetterie. Per rendere l’idea, concedetemi un breve aneddoto personale: un pomeriggio di tanti anni fa, quando era territorio esclusivo di Ditta Artigianale, torrefazione che ha fatto scuola in Italia, sono scesa di corsa da un treno diretto a Roma pur di sorseggiare un caffè filtro in via de Neri, in un tempo in cui gli specialty erano ancora un miraggio. Melaleuca l’ho scoperta solo nel gennaio 2024, durante uno sfrenato tour caffeicolo sotto la pioggia battente, iniziato col profumo di flat white d’avena (mia personale ossessione) e babka al pistacchio.
Ogni bar visitato meriterebbe un racconto a sé (che magari prima o poi arriverà) ma l’indirizzo di lungarno delle Grazie è rimasto impresso nella mia memoria più di qualunque altro. Tanto da spingermi, tre settimane dopo, a comprare un altro biglietto del treno per capire se fosse solo un’infatuazione o vero amore (spoiler: era amore).
Varcando la soglia della caffetteria, ci si sente subito accolti: sarà per quell’ambiente nordeuropeo, internazionale ma nient’affatto freddo, dai toni caldi del legno ma non asettico, oppure per la cura di ogni dettaglio, dalla veranda esterna con piante e fili di luci alla gentilezza dei tanti camerieri che accorrono a prendere l’ordinazione, ma di certo un’ospitalità simile non è da sottovalutare. Dal bancone spuntano dolci sontuosi e lieviti fragranti, ai tavolini le persone indugiano tra pancakes e French toast, dalla cucina arrivavano profumi da tutto il mondo, tra le sedie si parlano mille lingue, ci si sente un po’ a Londra e un po’ a Parigi, un po’ a Melbourne e un po’ a Berlino. Si è ovunque e in nessun luogo ma in qualsiasi caso, qualunque sia la provenienza o il dialetto, da Melaleuca si è casa.
Della storia della bakery e dei suoi titolari, lo ammetto, non so quasi nulla. Ma per convincere non servono grandi racconti, basta un caffè filtro ben fatto (con i chicchi di D612 Coffee Roasters), un palmier (il ventaglio di sfoglia) al cioccolato e caramello fatto in casa con una sfogliatura da manuale, un bancone invitante e grandi sorrisi. Niente fretta, ci si prende il proprio tempo: ci si mette in coda di fronte alla cassa e intanto il personale di sala viene a prendere l’ordinazione, perché la sensazione di quiete qui non è sinonimo di lentezza. Il servizio, al contrario, è snello, veloce, attento, anche per chi ordina al tavolo.
Dal bancone si scelgono cookies, babka, pain au chocolat, cinnamon roll (imbattibili), carrot cake e tutto il meglio del repertorio anglosassone. La vera chicca, però, è la colazione al piatto, a cominciare dai pancakes con mascarpone, fragole e dukkah, miscela di spezie, semi e frutta secca tipica dell’Etiopia, per passare all’avocado toast su pane a lievitazione naturale e harissa verde, uova alla Fiorentina (versione vegetariana delle classiche alla Benedict, con gli spinaci al posto del bacon), e poi una serie di tacos sfiziosi, burger, panini e insalate. Tutto condito con un tocco «Aussie» (australiano) e accompagnato da una sfilza di bevande al caffè e bibite analcoliche, oltre a drink e calici di vino. A Firenze, dicevamo, c’è la più alta concentrazione di caffetterie specialty in Italia. Sono tutte belle, diverse, parimenti importanti e straordinarie, ognuna a modo suo. Questa, però, è la storia di Melaleuca, di cui non so nulla ma a cui non riesco a smettere di pensare. Se non è un colpo di fulmine questo…
Melaleuca – Firenze – lungarno delle Grazie, 18 – facebook.com/MelaleucaFirenze/
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