«Ogni tanto nella mia cella arrivava un bell’odore di caffè. Mi riportava a un attimo di serenità, per me che ero abituata a sentire solo l’odore del ferro». È così che Sofia (nome di fantasia), oggi in regime di semilibertà, ha saputo che nella casa circondariale femminile di Pozzuoli, dove era detenuta, c’era una torrefazione. «Non capivo da dove veniva, poi un giorno l’educatrice mi disse che erano Imma e Paola che avevano portato una torrefazione in carcere e chiesi di fare un colloquio con loro».
Imma e Paola sono le fondatrici delle “Lazzarrelle” una cooperativa sociale nata nel 2010 che fino a oggi ha dato lavoro a più di 70 donne detenute. «Volevamo portare dall’esterno un lavoro all’interno – dice Imma, così l’ex mensa è diventata la sede della torrefazione – Così, con l’aiuto della direzione del carcere e un finanziamento del fondo delle politiche sociali della Regione Campania abbiamo acquistato i primi macchinari».
I chicchi da tostare sono sempre gli stessi: «Quelli della cooperativa Shadhilly che promuove progetti di cooperazione con piccoli produttori dal Brasile, dal Guatemala, dalla Costa Rica, dall’India e dall’Uganda. Da un blend di questi chicchi prepariamo il nostro caffè». Un caffè, quindi, completamente made in prison con l’intero processo di lavorazione che viene svolto dalle detenute. «Vengono formate professionalmente e sono loro che insegnano, poi, alle altre, una sorta di learning by doing», racconta Imma che nel mentre, dopo che la casa di Pozzuoli è stata evacuata nel 2024 per fenomeni di bradisismo, sta spostando la sede della torrefazione nel carcere di Secondigliano, dove attualmente si trovano anche le detenute trasferite. «Al momento ci stiamo appoggiando in una torrefazione amica che tosta la nostra miscela, teniamo duro e continuiamo».
Lo fanno per non distruggere i sogni, come quello di Sofia, che era di «lavorare veramente» rispetto a tutti gli altri lavori che le venivano proposti di fare in carcere. «Potevo scegliere laboratori di cucito, di cucina, di decoupage, ma nessuno di questi, pensavo, mi avrebbe dato la possibilità di imparare un mestiere e conservare quella speranza che, forse, una volta uscita, potevo fare davvero qualcosa», racconta Sofia.
Lei, invece, ora sa tostare, macinare e imbustare il caffè, conosce un mestiere. «Ci ho lavorato per un anno, poi è arrivata la mia occasione». Quella di accedere al lavoro esterno e Sofia non se lo è fatto ripetere due volte: è andata a lavorare al Bistrot nella Galleria Principe di Napoli, lo store aperto da Imma e Paola in pieno centro storico nel luglio 2020. È gestito da detenute ed ex detenute, qui si possono gustare i loro caffè, ma anche bevande e piatti elaborati utilizzando prodotti dell’economia carceraria. «Ma è soprattutto il posto in cui le donne detenute, lavorando, possono ricominciare – spiega Imma – Certo non è un meccanismo automatico, ma molte delle donne in regime di semi libertà possono farne richiesta e terminare la loro pena al bistrot».
Ed è così che Sofia, allora, è potuta uscire dal carcere. «Ogni mattina andavo a lavorare e poi la sera ritornavo in cella – la sua voce si fa sempre più allegra ricordando il contatto con il pubblico dopo tanto tempo – all’inizio servivo proprio il caffè che avevo tostato io le settimane prima dal carcere».
Si sente fortunata Sofia: «Ho trovato il chicco d’oro, molte detenute non hanno avuto invece questa possibilità».
Ma il progetto di Imma e Paola non è bello solo a parole. «Il tasso di recidiva delle donne che hanno lavorato con noi è bassissimo perché quello che più manca a queste donne è proprio avere un lavoro, che equivale a dire essere libere». Le detenute che lavorano per le Lazzarelle diventano, infatti, dipendenti a tutti gli effetti percependo un regolare stipendio di cui una parte va nel fondo vincolato e quello che rimane è per loro. «E spesso con quei soldi fanno la spesa all’interno del carcere per comprare assorbenti o altri prodotti di prima necessità, ma a volte anche una matita per gli occhi e ritrovare di nuovo un po’ di femminilità».
La colomba di Pasqua realizata dalle Lazzarelle con Cesto di Torre del Greco. Nelle altre foto, detenute al lavoro nella torrefazione e al negozio
Attorno al progetto si intesse, infatti anche un percorso di ricostruzione della dignità personale. «Una delle più grandi lotte all’inizio è stata di non farle scendere a lavorare in ciabatte, incentivandole di arrivare sul luogo di lavoro vestite adeguatamente», racconta Imma. Molte delle detenute perdono la percezione della realtà, molte poi hanno abbandonato troppo presto la scuola o sono cresciute in realtà dove alla donna spetta solo il compito di curare la casa e i figli, mentre il lavoro è una cosa da uomini. «Lo stipendio che percepisco, invece, mi consente ora di guardare il futuro con altri occhi, anche da sola – sorride Sofia – Ogni tanto i carabinieri passano ancora sul posto di lavoro, io sono in regime di pena alternativa, ma già posso sentirmi una donna libera e quando arrivano i carabinieri mi fa piacere anche offrirgli un caffè».
Un caffè che è diverso anche nel gusto. «La nostra tazzulella non è mai stata la solita tazzullella napoletana con un’alta concentrazione di robusta, ma sin dall’inizio l’abbiamo unita a un 50% di arabica, così da risultare più morbida». E non manca neppure uno sguardo al mondo degli specialty coffee con la proposta di un mono-origine Arabica 100% Guatemala El Bosque, proveniente sempre da commercio fairtrade.
Oggi il bistrot è sempre pieno, affollato di turisti e residenti. «Dopo quindici anni di attività possiamo dire che stiamo in piedi – sorride Imma – una bella fetta di business ce l’hanno anche i canali di vendita al dettaglio e ai rapporti con diverse botteghe e bar etici distribuiti in tutta Italia che ci sostengono».
Le Lazzarelle non sono, però, solo torrefazione, vendita e bistrot, ma un laboratorio in continuo movimento di idee e progetti nuovi con l’ultimo appena nato in collaborazione con Cesto Bakery di Torre del Greco, affidando al pastry chef Catello di Maio il compito di produrre una colomba limited edition al caffè prodotto dalle detenute. «La colomba è un simbolo di rinascita», spiega Imma: proprio come la nuova vita di Sofia, che con sei turni a settimana al bistrot nel mentre si è anche iscritta all’università e il 22 luglio discuterà la sua tesi in economia e commercio. «Mi sono voluta concedere il perdono – sorride – e per perdonarmi ho voluto dimostrare a me stessa che non sono tutta sbagliata».
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