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Osteria Modestina a Roma, che delusione! Vongole insapori, salsa tartufata e accostamenti inutili

Abbiamo provato un ristorante tradizionale di Roma molto apprezzato dalla migliore critica. E non ci è piaciuto per niente. Ecco come è andata

  • 22 Aprile, 2024

Per chi vive a Roma, le grandi delusioni che possono irrimediabilmente rovinare una giornata, sono principalmente 3: pensare di aver trovato un parcheggio e invece c’è una smart; aspettare un qualunque autobus in un tempo variabile tra i 30 minuti e il per sempre; entrare in una trattoria romana convinti di aver trovato un posto autentico e invece “era un calesse”. In questa occasione ci concentreremo sull’ultimo nefasto accadimento.

Accadimento che diventa ancora più cocente quando ci si siede convinti di mangiare bene perché ne ha parlato con una certa euforia, Lorenzo Prattico al secolo Prattquello. Una voce fuori dal coro dei marchettari, foodblogger, foodpornari e non (solo) perché Lorenzo paga i conti e non cede allo scrocco compulsivo, ma perché è uno che ne capisce e che continua incessantemente a studiare guidato dalla voglia di saperne sempre di più sia in fatto di food che di comunicazione.

Nel corso di questi anni – almeno tre, in cui parla di food tramite i suoi canali social – ha dimostrato di avere palato, di fregarsene dei soliti noti, di scovare posti buoni sconosciuti ai più e di avere un occhio di riguardo per i ristoranti di cucina romana e anche internazionale. Però, come è risaputo, non tutte le ciambelle escono col buco e questa caro Lorenzo, è uscita senza.

Cosa si mangia da Osteria Modestina

Qualche giorno fa, complice un impegno in zona Prenestina, ho pensato di fare una deviazione e di visitare un’osteria a Tor Sapienza segnalata proprio da PrattQuello. Trattasi di Osteria Modestina, un locale che sta lì dal 1964 e che a dire il vero ce la mette tutta per non farsi trovare: nessuna insegna, nessun nome neppure sulla porta e a renderne ancora più complicata l’intercettazione c’è una pompa di benzina con la quale la trattoria condivide parte dell’ingresso.

Una di quelle situazioni in cui pensi “No, non può essere qua” e invece sì, è là. Modestina, il cui nome effettivamente può preannunciare un’esperienza non particolarmente entusiasmante, pare sia stata rinnovata da poco: pareti bianche, 3 monitor per quando c’è da vedere la partita, tovagliette di carta gentilmente offerte da una gioielleria di zona che si sponsorizza e sedie impagliate nuove di pacca con la seduta avvolta nel cellophane.

In sala ad accogliere e accompagnare al tavolo ci sono due ragazzotti gagliardi e tosti. Appena seduti pane e acqua d’ordinanza, poi uno dei due arriva per prendere la comanda; non c’è menu quindi si ascolta cercando di ricordare o alla peggio si chiede di fotografare il foglietto con l’elenco dei piatti. Tra quelli del giorno, c’è una pasta e ceci con le vongole, la boscaiola con la salsa tartufata, dei moscardini con salsiccia e peperoni ed ossobuco con piselli.

Il dilemma dei rigatoni

Passi per la versione moda mare della pasta e ceci (la stessa che Pratt definisce magica), ma i moscardini con la salsiccia ed i peperoni… chissà da quale brutta nottata è venuto fuori questo patchwork d’ingredienti. Comunque non avendolo provato, sospendiamo ogni giudizio e lasciamo volentieri un velo di mistero sulla godibilità di questo piatto. Carbonara, cacio e pepe, amatriciana, gricia, tutte disponibili e tutte con la mezza manica e ad un cliente (abituale) che ha chiesto “a me la carbonara me la poi fa’ co’ i rigatoni?” la risposta ovviamente è stata “No. Oggi solo mezze maniche”. Fine.

Perché Osteria Modestina ci ha delusi

Note di colore a parte, Osteria Modestina nonostante Prattico ce l’abbia raccontata come un posto autentico e di verace romanità, si è rivelata essere una grande delusione. La pasta e ceci con l’aggiunta delle vongole insapori (forse congelate o peggio ancora, quelle in vasetto?) ha cercato la spinta di “mare” con un soffritto in cui probabilmente è stato messo un bel pezzo di alice sottosale, che ha coperto ogni sapore. Peccato per quella boscaiola che sarebbe stata dignitosa se fatta con funghi champignon e salsiccia, risulta infatti incomprensibile l’uso di un misto di funghi surgelati e della maledetta salsa tartufata che sa di tutto tranne che di tartufo. Solo una generosa quantità di parmigiano unitamente ad una fame sostenuta, hanno reso commestibile questo piatto che altrimenti sarebbe stato triste come il lunedì di rientro a scuola dopo le vacanze di Natale. La trippa slegata, acquosa, diventa appena buonina grazie al pecorino che tutto sistema o quasi. Onesto l’ossobuco che però è stato cotto in talmente tanto olio che al terzo boccone si alza bandiera bianca.

Che peccato quando si fa a pezzi la tradizione, perché nel tentativo d’innovare non si sa da dove cominciare. Quando si potrebbe tranquillamente continuare a fare ciò che si è sempre fatto, e invece si lascia la via vecchia per quella nuova e poi lo sappiamo tutti come va finire. Che peccato quando si fanno i piatti senza pensare al food cost: le vongole, i funghi congelati, la salsa tartufata aggiunti a preparazioni che, senza, sarebbero state più dignitose e sarebbero costate meno soprattutto alla proprietà.

Era un sabato a pranzo e la sala del ristorante scoppiava di gente. Dal livello di confidenza e convivialità con la proprietà una buona parte degli ospiti erano clienti abituali. C’era la famiglia che festeggiava il compleanno del nonno, un paio di avventori tanto habitué da sedersi ognuno nel proprio tavolo senza chiedere nulla ai camerieri. E ancora una coppia sui 50 anni, lui che chiede al momento della comanda «Oggi sto imbarazzato de stomaco, i broccoletti portameli all’agro fa’ il piacere» e lei che mentre fa la scarpetta al sugo dell’amatriciana ribatte con «Nun sai che te stai a perde». Sullo sfondo s’intravede la cucina, un pass di servizio dove i camerieri si fermano per riempire i quartini di vino della casa, direttamente da un fiasco di plastica da 5 litri.

L’attività storica

Comunque erano tutti felici e contenti, e forse è quello quel che conta. Al momento del conto – onesto, 45 euro per quattro piatti e l’acqua – proprio accanto alla cassa c’è una targa che ricorda che nel 2023 la circoscrizione ha riconosciuto il titolo di Attività Storica a Osteria Modestina.

Del resto sta lì dal 1964 e la storicità c’è indubbiamente, peccato che manchi tutto il resto. L’augurio è che la cucina faccia un balzo indietro di almeno una cinquantina d’anni, lasciando stare avventate rivisitazioni.

Osteria Modestina – via di Tor Sapienza, 209 – Roma – www.ristorantemodestina.it

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