“La stagione? Praticamente non c’è stata” dice Roberto Berio, del Glam Restaurant Villa Noseda. E si riferisce a un inizio anno complicato: “abbiamo aperto una settimana a gennaio e poi basta”. E lamenta il mancato anticipo con cui sono state prese le decisioni, “al punto che per il San Valentino avevamo tutto prenotato e avevamo fatto la spesa che poi abbiamo dovuto buttare”. Al danno la beffa: “siamo stati trattati malissimo” gli fa eco Paolo Masieri di Paolo & Barbara, e in un momento che dire difficile è dire poco: “Sanremo è una città che vive di turismo” raccontano, arrivano persone soprattutto da Piemonte, Lombardia e Francia. Un transito che la pandemia ha reso un ricordo lontano. “Le attività commerciali si reggono sull’indotto turistico e sul Festival, una vera camera di compensazione che aggiustava i conti prima della ripresa della bella stagione, da Pasqua in poi”. La scorsa estate c’è stato un po’ di movimento di chi – italiano e non – raggiungeva la cittadina in macchina, ma adesso le cose sembrano ancora più difficili. “Con queste chiusure, i limiti agli spostamenti, i ristori che non sono stati assolutamente adeguati, la situazione è critica” dice lapidario Berio. E questo a poche ore dall’inizio del più importante appuntamento della canzone italiana. Un festival che quest’ano, a conti fatti, dovrebbe valere appena il 20% del solito. “Abbiamo considerato un 80’% in meno di lavoro rispetto lo scorso anno, mentre per gli alberghi la contrazione dovrebbe essere del 35-40%”.
Sanremo è l’ombra della città festivaliera degli scorsi anni: in giro solo gli addetti ai lavori, giornalisti (molti meno del solito) e artisti con il loro staff (a molti dei quali è stato chiesto di cenare nelle loro stanze), che si muovono con cautela, nessun gruppo di fan ad attendere il cantante di turno, nessuno che cerca di rubare un’intervista di straforo o un selfie all’improvviso. Con tutti i locali chiusi, i limiti imposti, non ci sono quindi neanche i curiosi in cerca del vip o quelli che ne approfittavano per una mini vacanza con il sottofondo musicale. Un silenzio surreale e l’atmosfera rarefatta eppure pesante da dopo catastrofe. E invece non è un day after, ma una vigilia, quella che si consuma tra le prove del lunedì e la sparuta compagine di chi raggiunge la città ligure per il festival. Un piccolo esercito di lavoratori che per una settimana vivranno una Sanremo straniante, in cui – però – dovranno pur mangiare.
Si è fatto un gran parlare dei ristoranti che si prestano come mensa per i dipendenti della Rai o delle case discografiche, con la polemica in corso dell’opportunità di deroghe di questa natura. Deroghe che – è il caso di sottolinearlo – sono in linea con quanto accade in ogni zona rossa (e non solo durante il Covid). “Per questo servizio di mensa” ci spiega Berio “bisogna chiedere un codice Ateco e stringere convenzioni con le società”. Si tratta di diverse insegne tra cui scegliere che si spartiscono la quota di questi potenziali ospiti serali. “Con la Rai c’è una convenzione minima a 20 euro per un piatto, l’acqua e il coperto” racconta ancora Berio “ma poi le persone possono cenare alla carta o scegliere i menu che proponiamo per il festival: 2 piatti e il dolce, con proposte più easy a pranzo e più importanti a cena”.
Normale il servizio del pranzo, secondo le disposizioni della zona gialla, aperti a cena solo per chi usufruisce delle convenzioni, “e per chi non è confinato in hotel”. Quanti coperti riuscite a fare? “Domenica sera una ventina, e così lunedì a pranzo”. In altri anni sarebbero stati 5 volte tanto: “prima del Covid avevamo circa 100 coperti, e in questo periodo tra pranzo e cena facevamo anche 250 persone” con le norme e il distanziamento sociale la capienza è stata ridotta a circa 75-80 posti, ma la clientela non c’è. “Normalmente saremmo stati pieni per tutta la settimana, adesso speriamo nel week end”. E poi c’è il delivery che potrebbe entrare in ballo, soprattutto con alcune case discografiche. Tra i piatti del take away, tante proposte di pesce: crudo, fritto, al forno, ma anche proposte di tradizione, come il brandacujun, cappon magro, paste con il pesto da cucinare a casa o altre già pronte. “Le convenzioni con loro c’erano anche già: lo scorso anno i primi due classificati erano a cena da noi. Basta pensare che ognuno dei 26 cantanti ha uno staff che lo segue che arriva facilmente a 10 persone più gli ospiti”. Ma gli abitanti di Sanremo? “Durante la settimana del festival di solito non escono”.
L’apertura dunque non riguarda tutti i ristoranti ma solo alcuni: “non abbiamo stretto convenzioni: non l’abbiamo ritenuto opportuno” dice Gabriel Salis di Nuovo Piccolo Mondo, ristorante in “zona festival” che conta su una clientela locale, e molti clienti francesi per ora in stand by. “L’indotto del festival non si può negare, è importantissimo, ma si svolge una volta all’anno. Noi ragioniamo sulla fidelizzazione di clienti che nel tempo sono diventati amici”, persone che gli sono state vicine in questi mesi, presentandosi puntuali negli sporadici momenti di riapertura, “sembrava un po’ una specie di forca caudina, è un’altalena continua”. Il loro lavoro aumenterà durante il festival? Difficile dirlo. Delivery e take away con una piccola carta ci sono (telefonare per avere informazioni), ma senza costituire un punto focale dell’offerta che invece guarda alla riapertura diurna “Certo, c’è un ventesimo delle persone che normalmente erano in giro, anche un centesimo rispetto allo scorso anno, ma noi andiamo avanti imperterriti con una sezione ridotta: siamo legati a una spesa quotidiana di prodotti del mercato, partiamo da lì”.
Chi invece rinuncia anche ad aprire durante la settimana è Paolo Masieri: “la situazione è così incerta che aprire per pochi giorni non ha senso, sappiamo tutti che le cose stanno peggiorando” e poi aggiunge “abbiamo già provato tre volte a fare una riapertura, che è durata pochi giorni, per noi è stata un costo ulteriore”: per un ristorante di fascia alta – Due Forchette per la guida Ristoranti d’Italia del Gambero Rosso – far ripartire tutta la macchina richiede tempi, spese e un’organizzazione elaborata. “In teoria potrei aprire sabato, ma quando posso sapere se siamo ancora gialli? Il giorno prima? Sarebbe troppo tardi: non farei in tempo”. Al momento, dunque, si limita a una proposta delivery per il fine settimana, senza aprire al pubblico, in attesa di tempi migliori e di un vaccino che si spera possa velocemente riportare il sereno: “per ora cerchiamo soltanto di sopravvivere”. E nulla importa se siamo in pieno festival: “i miei clienti storici, conquistati in 30 anni di qualità, quest’anno non vengono: ci saranno un decimo dei giornalisti che seguono abitualmente il festival”. Anche perché per chi lavora spesso i tempi da dedicare alla tavola sono strettissimi, a pranzo, mentre la sera ci si ferma in albergo oppure, come visto, nei locali convenzionati. “Per me un locale di fascia alta che fa una convenzione non ha senso perché si tratta di una mensa vera e propria, le persone non cercano situazioni gastronomiche. Non voglio snobbare, assolutamente, ma si deve anche considerare che lavorare durante il festival è una cosa folle; ci sono orari assurdi”. E tirare notte per una manciata di ospiti, quelli che non preferiscono ritirarsi in camera, è un gioco che il più delle volte non vale la candela. “Meglio il delivery nel fine settimana”, ribadisce. Chi a Sanremo attende il nome del vincitore, è avvisato.
Glam Restaurant Villa Noseda – Sanremo (IM) via Inglesi, 1 – 0184 623131 – www.glamrestaurantsanremo.it
Paolo & Barbara – Sanremo (IM) – via Roma, 47 – 0184 531653 – www.paolobarbara.it
Nuovo Piccolo Mondo – Sanremo (IM) – via Piave, 7 – 0184 509012
a cura di Antonella De Santis
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