L’annuncio lo fa Zefferino Monini, AD della omonima industria umbra di olio extravergine di oliva che viene venduto in tutto il mondo: la produzione in Spagna è tornata a livelli normali dopo i cali dello scorso anno e i prezzi sul mercato globale (che sono gli spagnoli a determinare) dovrebbero quindi scendere. Di conseguenza, dovrebbero salire i consumi mondiali. Ma se questa previsione – per altro probabilmente neppure del tutto azzeccata – rende felice un industriale come Monini, al tempo stesso dovrebbe far riflettere su dove vogliamo andare. Certo, Zefferino parla del mercato globale e degli oli (più o meno) extravergine che ogni anno fanno discutere rispetto a prezzi assurdi (anche sotto ai 3 euro a bottiglia) e a qualità dubbie che spesso vengono evidenziate (e sanzionate) anche da sequestri e controlli da parte delle autorità preposte.
La prima domanda è: perché dovrebbe essere meglio vendere di più a prezzi inferiori e non vendere di meno e a prezzi superiori? Certo, se la qualità fosse la stessa sarebbe solo un bilanciamento tra domanda e offerta. Ma noi Italia dovremmo porci un’altra domanda: perché non puntare a vendere di meno ma a prezzi più alti e remunerativi per i nostri artigiani-coltivatori?
L’auspicio di prezzi più alti per qualità migliore potrebbe far storcere il naso a tanti. E non è facile spiegare a un consumatore che è meglio pagarlo di più, l’olio extravergine. La prima considerazione, però, è che la corsa alla riduzione dei costi del cibo se da una parte ha permesso l’accesso al cibo a tanti nel mondo, dall’altra ha portato anche a una catena della produzione che “ha bisogno” di sprecare e buttare via tanto cibo per venderne di più, che ha bisogno di aliemare i consumi sfrenati fino a rendere endemica l’obesità in molte parte del mondo, di fare la guerra dei prezzi e di pagare sempre meno chi produce. E poiché il cibo è sostanzialmente un prodotto agricolo, questa corsa al consumo e al ribasso dei prezzi comporta concretamente l’impoverimento degli agricoltori a scapito dei commercianti. Lo vediamo ovunque: dal latte al grano. Tranne, almeno in Italia (ma non solo), che sul fronte vino: qui i consumi drasticamente calati nel giro di 40 anni hanno portato a una crescita esponenziale sia dei livelli di qualità che del valore del prodotto. Per un pese come l’Italia, “svendere” l’olio extravergine di oliva significa svendere la propria storia, la propria cultura agroalimentare.
Non solo. L’olio extravergine di oliva oltre a essere buono, fa anche bene. Anzi, può fare anche bene. Se utilizziamo un extravergine ricco di polifenoli (amaro e piccante, per capirci) e con una bassa acidità libera (inferiore al 4%), possiamo dire di fare un buon servizio alla nostra salute oltre che al nostro palato: meno colesterolo in circolo, meno rischi cardiovascolari, meno rischi di tumori. Certo, non è un elisir miracoloso, l’extravergine! Ma sicuramente utilizzarne uno di buon livello qualitativo (e al prezzo che merita) aiuta più di un olio “inerte” che apporta solo calorie. Quindi, perché Monini gioisce? Perché Zefferino annuncia, nel suo 3° Bilancio di sostenibilità dell’impresa, (curato da The European House – Ambrosetti) che dal 2020 a oggi ha già piantato 700mila olivi (ad alta intensità) tra Umbria e Toscana e che ne pianterà altri 300mila entro il 2030 e poi esulta di fronte all’ipotesi di un prezzo inferiore per l’extravergine che quegli olivi produrranno?
Nella trasmissione “Voci della Storia” su Radio3, ieri, Luigino Bruni ha presentato il carteggio tra uno dei più brullanti economisti italiani, Achille Loria, e il suo “allievo” Augusto Graziani: il commento finale del conduttore entra nel merito della questione, ovvero quale sia la differenza tra quegli economisti del secolo scorso e quelli di oggi. Se allora l’etica e la filosofia erano parte della riflessione e dell’analisi economica, oggi l’economia è sostanzialmente solo numeri. Ecco, forse potremmo provare a fare un piccolo salto e tornare a parlare anche di “visione”, di etica, di società e non solo di numeri. Anche sull’extravergine che per millenni ha accompagnato la vita e la storia di noi sapiens.
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