“Bisognava dare la sveglia al mondo vitivinicolo e lo si è fatto. Ora però bisogna stare all’erta perché il pericolo è tutt’altro che passato”. Così a Tre Bicchieri il segretario generale del Ceev (Comité Européen des Entreprises Vins) Ignacio Sanchez Recarte, all’indomani del voto in plenaria sul Cancer Plan con cui si è evitato il peggio: equiparare uso e abuso di alcol. Ma la strada è ancora in salita e piena di appuntamenti “pericolosi” per il settore: dal voto di maggio sulla Global Alcohol Strategy 2022-2030 delll’Oms alla revisione del sistema di tassazione per gli alcolici. Con il segretario Sanchez abbiamo provato a fare un “calendario” dei prossimi step.
Dal quadro che viene fuori, sembrerebbe che – con l’Oms da una parte e la Commissione Ue dall’altra – ci troviamo di fronte a un tentativo di ripristinare una nuova era di proibizionismo. È davvero così?
Di fatto parliamo di battaglie che esistono da anni e, da anni, noi abbiamo provato a sventolare la “bandiera di pericolo”. Probabilmente con la pandemia e i governi alle prese con altre problematiche, i gruppi antialcol hanno trovato maggiore spazio per proporre misure più drastiche. Inoltre, è cambiata la loro strategia: prima si combatteva solo contro l’abuso, adesso contro il consumo in sé. In questo contesto si è approfittati del giusto e sacrosanto piano anticancro della Commissione Ue per colpire il vino.
A proposito di Cancer Plan: quella del vino è stato una vittoria a metà. Quali sono i passaggi “pericolosi” rimasti nel testo?
Prima di tutto l’articolo in cui si fa riferimento allo studio inglese del 2018 pubblicato sulla rivista The Lancet, che in realtà è una metanalisi, in cui non si tiene conto delle quantità di assunzione dei prodotti alcolici. Per questo ampiamente criticato da tutta la comunità scientifica.
Il secondo punto che ci preoccupa è il passaggio sull’aumento della tassazione, ritenuto fondamentale per la lotta al cancro. Infine, rimane anche il riferimento alla revisione della politica di promozione. Al momento si parla di eventuali tagli alla promozione orizzontale, ovvero non quella relativa solo al vino e ai singoli brand, ma a tutti i prodotti agricoli. Certo è che se il vino venisse escluso da questa misura, per coerenza legislativa, non ci metterebbe troppo a cadere anche tutto il pacchetto specifico.
Tra i punti che citava sopra c’è anche la revisione della politica fiscale. Cosa dobbiamo aspettarci?
Non sappiamo ancora cosa la Commissione abbia intenzione di proporre. Nel ’92 la politica europea ha riconosciuto la specificità dell’alcol, stabilendo una tassa minima pari a zero, fermo restando per ogni Paese la possibilità di aumentarla. Il rischio è che questo zero si trasformi in una cifra obbligatoria per tutti e che, quindi, anche l’Italia così come la Spagna e la Grecia debbano introdurla. A quel punto, bisognerà capire se verrà stabilita per tutti allo stesso modo, o in base al grado alcolico del singolo vino. Anche su questo, si attendono decisioni nel corso del 2022.
C’è, infine, un altro tema controverso in discussione ed è quello dell’etichettatura. Nel Cancer Plan è stato scongiurato il pericolo degli alert in etichetta, ma si parla di informazioni sul consumo responsabile. Cosa significa?
In questo modo, il Parlamento ha dato un suggerimento alla Commissione, a cui toccheranno delle proposte. Se si continuerà sulla strada dei warning (avvertenze sanitarie; ndr) lo vedremo a breve: il nuovo regolamento sarà in discussione il prossimo anno. Noi, come Ceev, crediamo nella combinazione tra etichetta fisica e digitale e spingeremo per questa soluzione.
Tra le opzioni, però, c’è anche il nutriscore per il vino, con tanto di lettera F e bollino nero. Potrebbe davvero essere preso in considerazione?
Purtroppo, è un’ipotesi. Prima di tutto, però, bisogna vedere cosa accadrà in ambito alimentare: se passerà la proposta di rendere il nutriscore obbligatorio in tutta Europa o se si lascerà la libera scelta ai singoli Paesi. A quel punto si dovrà capire se il vino resterà tra i prodotti esclusi (insieme ad altri, come ad esempio il latte in polvere per neonati; ndr) o rientrerà nel sistema con la lettera F di cui sopra. In quel caso si accetterebbe un approccio dogmatico, volto a demonizzare settore, con tutte le contraddizioni del caso. Si pensi soltanto che, in questo modo, seguendo la formuletta del nutriscore, perfino il vino dealcolizzato o semidealcolizzato verrebbe etichettato con la lettera F.
E non è finita. Perché tutte le misure di cui abbiamo parlato sin qua andranno a incrociarsi con il piano dell’Organizzazione mondiale della sanità, il cui obiettivo è ridurre i consumi del 20% entro il 2030. Questo dossier, che sarà votato a maggio, che conseguenze potrebbe avere sul futuro del settore?
Il piano Oms ha l’obiettivo di considerare il vino alla stregua delle sigarette e ridurne i consumi con una serie di azioni ritenute giuste, quali il controllo del prezzo, una nuova etichettatura, l’eliminazione della pubblicità. È vero che si tratta “solo” di raccomandazioni, ma non possiamo ignorare che avranno anche un peso legislativo, dal momento che verrà fatto periodicamente un check per capire quali Paesi hanno applicato o meno queste misure. Insomma, la pressione internazionale è fortissima. E le misure sbagliate.
Cosa potrebbe succedere, quindi, secondo quanto “raccomandato” dal Piano Oms?
Si innescherebbe una lotta al consumo, e non all’abuso, di vino. L’Oms chiede, ad esempio, che ci sia anche un controllo sulla presenza degli alcolici. Ciò significa che non dovrebbero essere venduti in certi luoghi, come stazione dei bus o dei treni o nelle vicinanze delle scuole, così come non dovrebbero essere esposti in vista negli scaffali dei supermercati. Ma la cosa più preoccupante è che, secondo l’Organizzazione Mondiale della sanità, noi, associazioni vitivinicole, non dovremmo avere contatti con il Governo, per non influenzarlo nelle misure da adottare.
Il motivo?
Perché abbiamo interessi legislativi. Un paradosso: un criminale può spiegare le proprie ragioni di fronte al giudice, e noi non possiamo parlare con il Governo?! Siamo tre milioni di persone a lavorare nel vino, mi pare ovvio che abbiamo interessi. Soprattutto interessi a fare in modo che non venga messo a rischio il nostro lavoro. E sarebbe assurdo non poter neppure spiegare ai politici quali sono i problemi e i rischi che corriamo. Secondo l’Oms, invece, non dovremmo parlare con la politica per non influenzarla e non dovremmo parlare con il consumatore, per non fare promozione. Mi pare che si lavori non contro l’abuso, ma contro il settore tutto. Un approccio, quello dell’Oms, che definirei staliniano.
Cosa si può fare, quindi, per fermare questo treno del proibizionismo ormai in corsa?
Le alternative sono due: o, nei prossimi anni, saremo davvero capaci spiegare e trasmettere la cultura del vino, o ci troveremo a combattere solo in difesa. Non serve a niente avere ragione, se questa ragione non la si comunica. E, poi, abbiamo bisogno di rispondere all’anti-scienza (il riferimento è all’articolo del The Lancet; ndr) con più scienza e ricerca. Dal canto nostro siamo aperti ad ogni confronto con oncologi, scienziati, nutrizionisti, e così via.
Intanto, però, in questa “guerra” (termine improprio, visto quanto sta accadendo nel mondo), il Cancer Plan ha rappresentato un bel banco di prova. Come se la son cavate le associazioni vitivinicole europee?
È stato fatto un bel lavoro di squadra, grazie al quale abbiamo dimostrato che una maggioranza parlamentare c’è. Il mio plauso va soprattutto all’Italia che, grazie alle nostre socie, Unione Italiana Vini e Federvini, ha fatto un lavoro ammirevole per svegliare il settore e impedire il peggio. Adesso, però, dobbiamo mantenerlo sveglio, perché la guerra non è finita…
a cura di Loredana Sottile
La versione completa di questo articolo è stata pubblicata sul Settimanale Tre Bicchieri del 3 marzo 2022
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