Ottenuto da grechetto e sauvignon il Pourriture Noble colpisce subito per le note olfattive, complesse, persistenti e nitide che giocano sul frutto maturo, sui fiori gialli, sulle spezie dolci, con un tocco di zafferano e canditi d’agrume di gran fascino. La bocca è dolce, ma mai stucchevole, fresca d’acidità e dal finale sapido, profondo. Vino di grande beve, elegante e scorrevole, che lascia il segno. Un vino che fa il verso alla Francia nel nome, ma non solo… Ma raccontiamo la storia, bella, di questa cantina umbra ma con ascendenze particolari… «Decugnano – racconta Enzo Barbi, ora alla guida della cantina – nasce nel 1973. Mio padre era bresciano, lavorava già nella cantina del suo papà e decise di comprare un po’ di terra a Orvieto. Il vino che si produceva lì era già riconosciuto come vino di Orvieto. Lui si era innamorato di quella parte di Umbria a tal punto che decise di fare il viticoltore, pensando a produrre vino di alta qualità, come aveva avuto modo di vedere in Francia». Enzo ricorda emozionandosi i passi fatti dal padre a partire dagli anni Settanta. «Il podere che compro ai tempi era abbandonato. Si chiamava Decugnano e così nacque il nome Decugnano dei Barbi. Vi erano poche vigne, se ne impiantarono delle altre e da lì a breve, nel 1978, venne fatta la prima vendemmia che diede origine a tre vini, un Orvieto Bianco, un Rosso e un Metodo Classico, vini che ancora adesso rappresentano la nostra produzione». Certo, vedere che quasi 50 anni fa Claudio Barbi pensò a un Metodo Classico, fa capire la visione, la preparazione e la cultura enologica di un uomo che conosceva bene i grandi vini di Francia, Champagne, ma anche Borgogna, Bordeaux e… Sauternes.
«Fu nel 1981che usci la prima annata di Pourriture Noble». Un’altra grande visione del fondatore: nei suoi viaggi Claudio Barbi conobbe la botrite e soprattutto i grandi vini dolci da uve sauvignon e semillon prodotti a Sauternes. «Mio padre non sapeva come chiamare quel vino, allora non si faceva la muffa nobile. Si accorse però che, per il particolare microclima delle vigne non lontane dal lago di Corbara, le uve venivano attaccata da queste particolari muffe. Scelse così di chiamarlo come i francesi chiamavano questi particolari vini: chi non sa di vino penserà che è un vino francese e lo comprerà di sicuro, disse papà scherzandoci un po’». Se ne fecero tremila bottiglie tutte da 0,75, nessuna mezza bottiglia. E da allora si produce solo nelle annate in cui le muffe nobili attaccano l’uva, con una produzione molto irregolare: in 40 anni sono usciti poco più di 15 millesimi. Della 2020, l’annata premiata, sono state prodotte solo duemila bottiglie. È un vino che va riscoperto, anche in virtù degli abbinamenti. Non va d’accordo solo con i dolci, a fine pasto, anzi. «Con un grande gorgonzola è il top».
a cura di Giuseppe Carrus
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