Sembrano lontani i tempi in cui – in piena pandemia – la Grande distribuzione organizzata riusciva a tenere le vendite di vino a galla, offrendo un ombrello sotto cui ripararsi alle cantine che, all’improvviso, si erano ritrovate con ristoranti ed enoteche chiuse. Oggi, a soli due anni di distanza, le parti sembrano essersi invertite, in Italia come all’estero. Un crollo fisiologico già messo in conto, certo, ma comunque non meno preoccupante, soprattutto perché davanti c’è un autunno che assorbirà tutte le incognite del momento: rincari, inflazione, mancanza di materie secche. La domanda, quindi, è se l’Horeca riuscirà a controbilanciare le perdite a scaffale o se il crollo in Gdo è solo la punta dell’iceberg di un generalizzato calo dei consumi, di cui si vedranno le conseguenze nei mesi a venire.
Oltretutto, c’è un altro tema in ballo, che è quello della ricontrattazione dei listini, già iniziata a fine 2021, su cui molte insegne della Gdo si sono dimostrate poco concilianti. Già allora alcune cantine avevano annunciato che – impossibilitate ad assorbire tutti i rincari – avrebbero guardato altrove. E, i numeri a disposizione, fanno pensare che sia proprio andata così. Se, quindi, la pandemia ha portato il vino ad aggrapparsi alla Gdo, l’inflazione lo riporta tra le braccia della ristorazione, a dimostrazione di come – ancora una volta – la differenziazione dei canali sia l’unica formula vincente, in un mondo in continua evoluzione.
Secondo i dati Iri, nel primo semestre 2022, le vendite complessive di vino in Gdo totalizzano 1,3 miliardi di euro, rispetto ai 1,4 miliardi del semestre 2021, con una flessione di circa 7,7%. Il vino fermo supera di poco il miliardo di euro (1,04 mld) nei primi sei mesi 2022 contro 1,1 miliardi di euro nel 2021, con una flessione superiore al 6%. Sempre nel primo semestre 2022, ammonta a 270 milioni di euro la spesa per spumanti e champagne contro i 293,7 milioni di euro nel 2021. Il calo è dell’8,5% circa. In volume sono stati venduti 367 milioni di litri di vino, con un calo sul primo semestre 2021 superiore all’8%. La categoria dei fermi perde l’8,3%, mentre spumanti e champagne perdono assieme l’8,6%.
Guardando fuori dai confini nazionali le cose non vanno meglio. Secondo l’Osservatorio Uiv-Vinitaly che ha elaborato su base Nielsen, le performance del vino italiano tra gli scaffali di Usa, Germania e Regno Unito registrano un calo dei volumi in doppia cifra (-10,6%) sul pari periodo dello scorso anno, per un controvalore di 2,26 mld di euro (-8,1%). La discesa libera riguarda tutte le principali denominazioni e tipologie: neppure le bollicine riescono a fare meglio dei vini fermi.
Per il segretario generale di Unione italiana vini, Paolo Castelletti: “C’è un delta rilevante tra i dati export registrati in questo avvio di anno e gli effettivi consumi riscontrati nella distribuzione organizzata che – è bene ricordarlo – nei top 3 mercati incide in media per circa il 70% delle vendite complessive di vino importato”. Di fatto i tre mercati analizzati nello scorso semestre non avevano mostrato segni negativi tanto pesanti. Anzi, ad eccezione della Germania, per le bollicine il risultato finale era col segno più. Quando, quindi, deve preoccupare questo trend negativo della Gdo? “Il timore” spiega Castelletti “è che la contrazione dei consumi determini un rallentamento degli ordini nei prossimi mesi, ancor più quando il peso dell’inflazione si farà sentire più nettamente anche sugli scaffali esteri, mentre si spera che il canale della ristorazione, in netta risalita, possa attenuare il più possibile l’effetto di una congiuntura che non aiuta”.
a cura di Loredana Sottile
La versione completa di questo articolo è stata pubblicata sul Settimanale Tre Bicchieri del 4 agosto 2022
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