La Ribolla di Oslavia. Alle radici di un terroir dilaniato dalla storia diventato patria degli Orange Wine
Di fronte alle cime del Podgora e del Sabotino e a un passo dal fiume Isonzo, Oslavia si è trovata sulla linea del fronte della Prima guerra mondiale. Tra il giugno del 1915 e il novembre del 1917 in questi luoghi sono state combattute una serie infinita di cruente, quanto inutili battaglie, concluse con la disfatta di Caporetto. Colline trasformate in striscianti trincee di terrore e morte. Un falso movimento d’infiniti attacchi frontali, infranti dal fragore futurista delle mitragliatrici, che spezzavano vite tra i reticolati di uno spettrale scenario senza senso. I devastanti bombardamenti distrussero completamente il centro abitato e le vigne. Oslavia uscì dalla guerra rasa al suolo: una collina morta, anche nell’anima. A testimonianza di quel periodo è rimasto il toponimo “lenzuolo bianco” che ancora oggi indica una località di Oslavia. Unico candido muro rimasto in piedi dopo i bombardamenti, che da lontano sembrava un lenzuolo tra le macerie. Oslavia è rinata dal nulla, dal vuoto della distruzione, dal disorientamento esistenziale di un non luogo, che accompagna spesso le instabili zone di confine, destinate a passare da uno Stato all’altro sentendosi sempre straniere e fuori posto.
Case solitarie, isolate e lontane, di un paese che non c’è più, che ha perso nell’orrore della guerra la Chiesa, la piazza, il centro e il senso dell’esistenza. In questo straniante e disorientante orizzonte, le uniche certezze a cui aggrapparsi per non scivolare nell’oblio sono le radici. Quelle della famiglia e della vite. Radici che affondano profonde in questa terra, per resistere ai tumulti della storia e alla violenza della bora. Oslavia custodisce nella sua riservata e austera essenza le caratteristiche di terra irrisolta e inquieta. La sua identità si fonda sulla dura vita delle generazioni passate, sulle antiche tradizioni locali, su una viticoltura fatta di tenace lavoro, di suoli poveri e pietrosi. Oslavia è un’enclave solitaria, che ha saputo dare senso e valore a questa dolorosa condizione, attraverso l’affermazione della sua unicità. Se oggi nel mondo del vino si parla di vini macerati, di orange wine, lo si deve soprattutto a pochi ostinati e visionari produttori, che hanno saputo rimettersi in gioco e creare un loro vino, che rappresentasse in modo autentico questa terra, la sua storia e il suo vitigno simbolo: la ribolla gialla.
Oslavia e il Collio
Oslavia si trova nel cuore di una splendida area collinare divisa tra Collio goriziano e Goriška Brda slovena. Un’unità territoriale attraversata da un confine ormai sbiadito dall’Unione europea, ma che per decenni ha segnato il punto di frizione politico-economico tra occidente e oriente. In questa terra la vite ha trovato da millenni un habitat ideale. Il clima è temperato, con estati calde e inverni freddi. La catena delle Prealpi Giulie costituisce una barriera che tiene la zona al riparo dalle perturbazioni del nord, mentre l’apertura verso l’Adriatico consente alle miti brezze marine di risalire nell’entroterra. La zona di Oslavia presenta una connotazione microclimatica del tutto particolare. La collina è costantemente battuta dalla bora, che soffia spesso con violenza da nord est, ed è soggetta a notevoli escursioni termiche tra le giornate soleggiate e le notti fredde. Grazie al vento, i grappoli della ribolla gialla restano sempre asciutti e sani, senza sviluppare marciumi. Gli sbalzi termici favoriscono lo sviluppo di corredi aromatici intensi e la conservazione di elevati livelli di acidità anche a maturazione completa. Dal punto di vista della composizione dei suoli, la zona di Oslavia è attraversata da una profonda vena di ponca o flysch, una stratificazione di rocce sedimentarie di arenarie e marne di origine eocenica, molto ricche di sostanze minerali. Le vigne di ribolla gialla si trovano sulla sommità delle colline, a un’altitudine compresa tra i 150 e i 200 metri, dove le terre sono più pietrose. I suoli poco fertili contengono naturalmente le rese della ribolla gialla, che produce così grappoli più piccoli e spargoli, con una maggior concentrazione aromatica. Proprio per la sua naturale vocazione pedoclimatica, Oslavia è sempre stata una delle aree di maggior pregio del Collio e culla storica della ribolla gialla.
La Ribolla di Oslavia, non un semplice Orange Wine
Da una ventina d’anni i vini macerati, gli Orange Wine, sono diventati di moda e la loro presenza si è largamente diffusa. Ormai si producono in quasi tutti i territori e con tutti i vitigni, con il rischio di una certa standardizzazione. Applicare semplicemente una tecnica, infatti, può portare a una pericolosa omologazione dei vini. Le lunghe macerazioni sulle bucce tendono a diluire le caratteristiche varietali delle uve, facendone perdere la loro identità. La stessa cosa accade per quanto riguarda le peculiarità del territorio, offuscate dalla prepotenza delle note tipiche della macerazione. Spesso ammantati da un’allure di vini schietti e autentici, i macerati, in realtà, sono vini che si assomigliano molto tra di loro, anche se provengono da regioni lontane e da vitigni diversi. È lo stesso fenomeno che accompagna molti vini frutto di uve surmaturate o di uve appassite. La tecnica tende a prevalere sulla varietà e sul terroir, orientando il profilo aromatico verso un omologante universo espressivo. La Ribolla di Oslavia, invece, non è nata da una moda, ma da un percorso di ricerca e di sperimentazione, che ha portato a conoscere meglio le caratteristiche di un’uva e a recuperare un rapporto autentico con il suo territorio e la sua storia. È il frutto del fortunato incontro di una serie di elementi: le caratteristiche dell’uva, le tradizioni locali e una generazione di viticoltori visionari e talentuosi.
a cura di Alessio Turazza
QUESTO È NULLA…
Nel mensile di aprile del Gambero Rosso trovate la storia della Ribolla di Oslavia di Marko Primosic e l’intervista a Joško Gravner, protagonisti indiscussi negli Orange Wine; le migliori cantine e l’itinerario completo che tocca le nove tavole lungo il confine. Last but not least, 7 piatti per 7 Ribolla dalla cucina di Lokanda Devetak 1870: da una polentina biologica dell’azienda agricola Friûl Bios di Galleriano di Lestizza (UD) accopagnata da formadi frant e pitina, in abbinamento alla Rebula ‘17, a una coscetta e petto di quaglia alla salvia accostata alla Ribolla gialla Rebula ‘10 – Gravner.
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