Pace fatta tra il Consorzio per la Tutela dei Vini Valpolicella e la società Famiglie Storiche. Dopo quasi 15 anni di scontri, a colpi di avvocati e ricorsi, i due presidenti – Christian Marchesini per il Consorzio e Pierangelo Tommasi per le Famiglie (rispettivamente primo e secondo, da sx, nella foto di apertura) – comunicano di avere definito ogni contenzioso tra loro pendente, avente a oggetto l’utilizzo della Docg Amarone della Valpolicella.
Si volta pagina, dunque, e si guarda al futuro in nome della denominazione. “Consorzio e Famiglie Storiche condividono l’obiettivo di agire, ciascuno per quanto di propria competenza, per lo sviluppo della Docg Amarone della Valpolicella e delle altre denominazioni della Valpolicella, favorendo un clima di equa competizione tra produttori, rispetto reciproco, collaborazione e dialogo” si legge nella nota “ribadiscono l’importanza della difesa della Docg ‘Amarone della Valpolicella’ e delle altre denominazioni del territorio e della loro promozione in Italia e all’estero, con l’obiettivo di favorire la loro conoscenza e di consolidarne il successo, nell’interesse di tutta la collettività”.
La rottura è stata molto travagliata e si potrebbe far risalire al 2009, quando 10 marchi – poi saliti a 13 – tra i più noti dell’Amarone, (Allegrini, Begali, Brigaldara, Guerrieri Rizzardi, Masi, Musella, Speri, Tedeschi, Tenuta Sant’Antonio, Tommasi, Torre d’Orti, Venturini e Zenato) crearono la loro associazione con il nome di Famiglie dell’Amarone d’Arte, entrando in dissenso con il Consorzio della Valpolicella per la modifica al disciplinare che apriva alla produzione dell’Amarone in pianura.
Il Consorzio dapprima non si oppose, ma nel 2013 ottenne l’erga omnes (ovvero le funzioni di tutela, vigilanza e promozione del marchio) e quando a maggio 2014 le Famiglie provarono a registrare il loro marchio in sede Ue presso l’Uami, partì l’azione legale affinché l’associazione non usasse più il nome Amarone nella comunicazione. A quel punto la fuoriuscita dall’ente di tutela fu inevitabile.
Nel 2017, il Tribunale delle imprese di Venezia diede ragione al Consorzio (sentenza confermata nel 2019 anche dalla Corte d’Appello di Venezia) e le Famiglie dovettero rinunciare al nome Amarone per qualificare la loro associazione. Da lì il ricorso in Cassazione da parte dell’Associazione, ma contestualmente anche i primi segnali di distensione con la proposta delle Famiglie di devolvere i fondi destinati, a loro spese, alla pubblicazione della sentenza sui quotidiani (circa 160mila euro) a un progetto di promozione della Denominazione di concerto con l’Ente di tutela. Era il 2020. Ci sono, poi, voluti altri tre anni, affinché si arrivasse al felice epilogo e alla stretta di mano tra i due presidenti.
E c’è già chi spera che questo nuovo corso possa concludersi con un ulteriore lieto fine: il ricongiungimento all’interno del Consorzio di tutela. Ma per quello c’è ancora tempo.
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