
Famoso produttore di pasta di Gragnano (con i marchi Di Martino e Pastificio dei Campi) Giuseppe Di Martino è anche un ristoratore: i suoi pasta bar sono una sorta di concept restaurant tutti dedicati al prodotto italiano per eccellenza, proposto in decine di varianti e declinazioni. Ricette semplici, immediate, golose con materie prime di qualità, in vendita e da consumare in loco oppure pronte per il take away. Quello di New York è intitolato Devozione: che altro non è che il più classico e amato dei primi, gli spaghetti al pomodoro, qui proposto con l’imprinting di un altro maestro della pasta, Peppe Guida. Tanta semplicità vuole però una materia prima ineccepibile, autentica e di qualità: pasta, olio, pomodoro, formaggio. Proprio quei prodotti colpiti dai dazi annunciati da Trump, che potrebbero anche diventare un volano per l’italian sounding.
Alla fine pare che i dazi ci saranno… quale è lo stato d’animo?
Lo sintetizzo così: tensioni preoccupazioni problematiche; la nostra generazione è abbastanza sfortunatella, diciamo così. Non trova pace: negli ultimi 8 anni c’è stato di tutto, non se ne esce.
Covid, guerre, aumento delle materie prime… e ora i dazi.
E ogni cosa che distoglie il normale andamento di domanda e offerta non è una buona notizia.
Ma lei che farà?
Innanzitutto bisogna comprendere come sarà davvero la disciplina delle tariffe, la questione della reciprocità di cui si parla è da capire di volta in volta. Per esempio ho letto ieri che in Italia c’è tariffa sui formaggi americani del 30-36% (il parmigiano reggiano arriverà proprio al 35% sommando vecchi e nuovi dazi, ndr). Sulla pasta americana invece non credo ci siano dazi, ma la pasta italiana ha già dei dazi negli Usa per singola azienda.
Per singola azienda?
Sì, ogni azienda da 30 anni circa ha il suo dazio personalizzato, una questione di dumping. In media è sul 12-15%, ma ora bisogna capire se a questi se ne aggiungeranno dei nuovi.
Ma come produttore è preoccupato?
Sì e no: nel caso di un prodotto di eccellenza come la pasta di Gragnano queste oscillazioni hanno generalmente un impatto inferiore sulla domanda, perché il cliente che compra una eccellenza è già una elite del mercato che riconosce il valore di quel prodotto. Lo sceglie per la qualità non per il prezzo. Ovviamente ci saranno dei cambiamenti nei prezzi finali perché chi importa dovrà trasferire gli aumenti che subisce ai clienti, ma l’elasticità sul prezzo dei prodotti di alta gamma è minore che sul resto della gamma.
La pasta italiana è sempre un prodotto di alta gamma?
Di fondo la pasta di produzione italiana rappresenta solo il 5% della pasta consumata negli Stati Uniti. E penso e spero che chi la sceglie continuerà a sceglierla.
Lo dice per esperienza diretta?
Provenendo da un mercato con grandi spinte inflazionistiche che si è già trovato a fronteggiate prezzi elevati, possiamo dire che fino a ora non ha avuto grandi scossoni. C’era stata una riduzione del costo energetico e delle materie prime dopo i grandi aumenti del 2022, per la guerra e le sue conseguenze. I prezzi stavano rientrando ma probabilmente ora dovranno risalire di nuovo. La verità è che al momento nessuno sa che cosa succederà, non è una situazione già precisa e chiara, non si sa bene quando e come andranno applicati questi dazi. C’è una sola cosa certa.
Quale?
Non sono felice delle tariffe, sono manovre che non fanno bene a nessuno, soprattutto al consumatore. Ma l’effetto sul mercato si avrà almeno tra un paio di mesi, se i dazi continueranno.
Perché un paio di mesi?
Perché 60 giorni è in media il valore di magazzino degli Stati Uniti, di più no perché avere grosse quantità di stock significa una esposizione economica importante con in più l’incertezza di come andranno le cose. Quando finiranno le scorte si avrà il reale effetto dei dazi sulla spesa dei consumatori perché i 20 punti dovranno essere immediatamente trasferiti sul mercato.
Come si sta vivendo questa fase negli Stati Uniti?
Lo stato d’animo più diffuso è di attesa, nessuno capisce bene le tariffe, qualcuno pensa che sia semplice trasferire produzioni, qualcun altro che gli aumento verrano pagati dai paesi stranieri. Gli Usa sono ancora divisi tra chi ha votato Trump e chi no, ma già si vede qualche effetto, qualcuno ha perso il lavoro per via del Doge.
Fino a ora ha parlato il Di Martino produttore. Ma c’è anche un Di Martino ristoratore. Il pasta bar di New York ha una proposta semplice basata sul prodotto italiano. Cosa si aspetta?
Come ristoratore mi aspetto un aumento delle materie prime, ma non posso fare compromessi, se faccio una cacio e pepe con il Pecorino romano dop, devo usare il Pecorino Romano Dop. E se quello aumenterà saremo costretti a ritoccare i prezzi anche noi, perché non possiamo mica farla con altri formaggi.
E questo potrà condizionare il mercato?
Il cibo italiano è sempre stato considerato un prodotto con un buon rapporto qualità prezzo. Chi usa materie prime americane ha un vantaggio in questo contesto. La forbice tra chi fa una buona proposta autentica e di qualità e chi no, si amplierà, spero che trovino un accordo perché abbiamo preso botte da orbi da una parte all’altra, e i dazi erano l’ultima cosa di cui avevamo bisogno.
Un ristoratore che non usa prodotti esteri sarà avvantaggiato, allora?
Credo che ogni ristoratore possa avere degli effetti negativi, perché tutti i prodotti subiscono l’inflazione, non solo l’alimentare, per esempio può essere anche un pezzo di macchinario della cucina.
Sintetizzando è più preoccupato come ristoratore che come produttore?
Mi preoccupa a prescindere, anche se meno come produttore. Ma sono soprattutto è l’incertezza il problema. Chi deve decidere se mettere a scaffale o in menu un prodotto importato oppure no, sta attendendo di capire che succede. E questo crea una distorsione del mercato che produce una dirsuption che non sarà facile da recuperare, perché poi se si decidi di per includere quel prodotto, non sarà facile soprattutto per noi che siamo obbligati a produrre la nicchia.
Perché siamo obbligati alla nicchia?
Perché costiamo tanto: il welfare, le nostre tutele, le norme alimentari, l’inefficienza del nostro sistema pubblico amministrativo sono tutte cose che pesano. Ma il nostro vantaggio sta nel rapporto qualità prezzo, in quello siamo stati imbattibili, nella qualità manifatturiero, a tutti i livelli: abbiamo qualità, gusto, creatività. Non siamo la fabbrica del mondo ma la fabbrica di cose buone del mondo. Il punto forte è la forbice tra prodotto di primo prezzo e prodotto di alta gamma.
In conclusione?
Amo gli Usa e il loro concetto impresa, amo quel che sono stati negli ultimi 8o anni, certi che troveremo una soluzione con i nostri amici americani.
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