Riccardo Illy non cerca giri di parole: «I dazi sono una scelta insensata. E se non si farà marcia indietro, il rischio concreto è la fine dell’Europa». Imprenditore di lungo corso, ex presidente del Friuli Venezia Giulia e oggi alla guida del Polo del Gusto – la holding che riunisce marchi d’eccellenza del made in Italy come Domori, Pintaudi e Agrimontana – commenta con preoccupazione la nuova stretta protezionistica annunciata da Donald Trump. Una mossa che tocca da vicino il gruppo: l’amministratrice delegata di Illycaffè, Cristina Scocchia, ha dichiarato che di fronte a dazi sul caffè una strategia praticabile potrebbe essere delocalizzare la produzione di direttamente negli Stati Uniti.
Una tassa mascherata da liberazione
Riccardo Illy - nell'intervista rilasciata a Huffpost - smonta con semplicità l’equazione trumpeggiante secondo cui i dazi dovrebbero liberare l’economia americana. In realtà, spiega, si tratta solo di un artificio: Trump promette di ridurre le tasse ai cittadini finanziandosi con i dazi, che sono però a tutti gli effetti un’imposta. «È una partita di giro: il cittadino paga meno da un lato e più dall’altro, senza alcun reale beneficio», osserva. Il vero problema è che queste misure aumentano l’incertezza globale, con gravi ricadute su investimenti, mercati e consumi. L'imprenditore fa notare come l’economia americana si regga su un delicato equilibrio tra merci, servizi e flussi finanziari. L’attivo nella bilancia dei servizi e la centralità del dollaro nei mercati globali compensano il disavanzo nella bilancia delle merci. Ma Trump, con le sue azioni unilaterali, rischia di far saltare questo meccanismo: se il mondo inizia a dubitare della stabilità degli USA, anche il dollaro può perdere centralità. E in quel caso, l’economia globale vacilla. A peggiorare il quadro, secondo Illy, è l’erosione della democrazia americana: «Trump mette a rischio l’indipendenza della magistratura e dei media. Una cosa inaudita, di cui si parla troppo poco».
Le imprese? Possono solo limitare i danni
Per le imprese, le contromisure sono poche e imperfette. «Un dazio del 25% non si ammortizza», dice Illy. «Si può aumentare la produttività, limare i margini, ma non basta». Alcune grandi aziende possono pensare di delocalizzare, come ha fatto il pastificio Rana producendo direttamente negli Stati Uniti. Ma si tratta di una strategia costosa e a lungo termine, non alla portata di tutti, e resa complicata anche dal contesto: «Trump annuncia deportazioni di massa, ma allora chi lavorerà nelle fabbriche?». Se gli Stati Uniti diventano un mercato troppo rischioso, resta l’ipotesi di diversificare. Il Polo del Gusto, spiega Illy, è attivo da anni in Cina, ma anche lì le ambiguità della politica internazionale – come la vicinanza a Mosca – limitano l’affidabilità del mercato. Sud America e Africa sono due regioni con grande potenziale, ma frenate da barriere doganali altissime: «In Brasile – racconta – prima paghi il dazio, poi l’accisa sul dazio, poi l’IVA su entrambi. Il prodotto diventa invendibile».
Controdazi o diplomazia?
L’Europa, intanto, si interroga su come reagire. La Commissione sembra orientata a rispondere con contromisure. Illy è più cauto: «Meglio proporre un accordo di libero scambio. Se si arriva a misure simmetriche, bisognerebbe colpire i servizi, soprattutto i colossi del web. Non sono dazi, sono tasse, ma l’effetto può essere analogo». Il vero pericolo, secondo lui, è un altro: l’eventualità che Trump introduca dazi selettivi, premiando Paesi «amici» – come l’Italia di Meloni – e penalizzando gli altri. «Sarebbe la fine dell’Unione Europea», avverte. «Il nostro sistema si regge sul mercato unico e sulla moneta comune. Se ogni Stato comincia a trattare separatamente, è il caos. E gli Stati Uniti lo sanno bene: più siamo divisi, più diventiamo deboli».
La grande occasione dell’Europa
Ma in questa crisi Illy vede anche un’opportunità: «L’Europa potrebbe approfittarne per rilanciare il proprio ruolo nel mondo come modello democratico e garante della stabilità economica. Se il dollaro perde centralità, chi è pronto a raccoglierne l’eredità? L’euro potrebbe farlo, ma serve più integrazione politica e una visione comune. È l’occasione per recuperare il tempo perduto».