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La polemica

"Spostiamo a Nord il Barolo": la proposta spacca il Consorzio (e non solo)

Il cambiamento climatico impone delle riflessioni: ma l'ipotesi di eliminare il divieto di impiantare i vigneti nei versanti collinari esposti al Nord fa litigare agronomi e cantine

  • 25 Marzo, 2024

C’è maretta tra i produttori delle Langhe, spaccati sull’ipotesi di eliminare il tradizionale divieto di impiantare vigneti di Nebbiolo atti a Barolo o Barbaresco nei versanti collinari esposti al nord. La ratio della modifica – all’interno del pacchetto di riforme proposto dal Consorzio di tutela  – è lo stravolgimento climatico che, a causa dei periodi prolungati di siccità che rischiano di danneggiare irrimediabilmente le produzioni (all’inizio di febbraio Federica Boffa di Pio Cesare ha lanciato l’allarme con un’intervista al Gambero Rosso), spinge a cercare condizioni di allevamento delle viti compatibili con l’esplosione del caldo e l’assenza di piogge.

Per prevenire le critiche, Matteo Ascheri, presidente del consorzio, precisa che la superficie vitata di Barolo e Barbaresco attualmente contingentata resterebbe la stessa, fornendo solamente «una possibilità agronomica in più per i produttori». In più, osserva ancora Ascheri, «i vigneti esposti a nord permettono maggiore sostenibilità perché non c’è bisogno di ricorrere all’irrigazione di soccorso che potrebbe rendersi necessaria con l’aumento della siccità».

A maggio si vota per le cariche del Consorzio

A dispetto delle rassicurazioni, la tensione resta alta: alcuni produttori preferiscono tacere sulle loro preferenze per esprimersi direttamente nel segreto dell’urna. La votazione è, infatti, già attiva ma senza una scadenza: per far passare le modifiche occorre il 65% dei voti. Intanto, però, il prossimo 7 maggio si voterà anche per il rinnovo delle cariche del Consorzio e probabilmente la questione disciplinare condizionerà in una direzione o nell’altra.

«C’è confusione tra i produttori» ammette Gianluca Gallo, direttore commerciale della cantina cooperativa di Clavesana. Di recente, racconta, «la consulta del Barolo ha convocato tutti i produttori: nel corso della riunione tutti tacciono e sembrano allineati poi però le discussioni emergono fuori dalle sedi ufficiali». Gallo, dal canto suo è favorevole – «Aprire al nord mi pare lungimirante: le migliori esposizioni non posso restare tali in eterno» – ma è pessimista: «Secondo me le modifiche non passeranno. Peraltro, non c’è data di scadenza e per capire qualcosa sul futuro bisognerà attendere il rinnovo delle cariche del consorzio del 7 maggio».

I contrari parlano di rischio deforestazione

Chi resiste a spada tratta è Anna Maria Abbona, viticoltrice nel doglianese, territorio ricco di boschi dove la monocoltura delle Langhe non ha attecchito: «Si va a nord per cercare un po’ più di acidità e meno caldo, ma se poi tra qualche anno il clima cambia di nuovo? Per me poi la biodiversità è un tema fondamentale, dobbiamo pensare a quello che lasciamo a chi viene dopo. Il rischio di deforestazione è alto: secondo me si va a Nord bisogna compensare con il reimpianto di boschi o altre coltivazioni al posto dei vigneti di altre zone». E conclude: «Sono contro la monocultura, si può anche rinunciare a un po’ di reddito per salvaguardare la biodiversità».

Per il produttore Giuseppe Blengini (azienda Monsignore), «il cambio del clima c’è ma non abbiamo ancora dati sufficienti per capire come reagire, prima di cambiare servirebbero studi sensati», avverte. Inoltre, «il nostro cliente cerca la Langa fatta non solo di vigne ma anche di campagne e di allevamento, oggi le zone di Barolo e Barbaresco, tutte vitate, non sono più come quelle dei tempi di Beppe Fenoglio». Infine, lancia un allarme: «Aspettiamo di capire se la qualità è all’altezza, altrimenti con l’estensione a nord rischiamo un autogol clamoroso».

Contraria all’estensione a nord è anche Roberta Ceretto, ambasciatrice di una delle famiglie storiche della denominazione: «Il problema non è il nord, ma l’attenzione alla qualità. Ci siamo battuti per dire quanto è figo fare Barolo e Barbaresco e poi troviamo le bottiglie della Docg a 9 euro. Parlare del clima è molto di moda: il problema esiste ma l’esposizione non è il punto, si possono trovare altre soluzioni. Non c’è bisogno di piantare al nord, ma gli ultimi arrivati cercano nuovi spazi. Ricordiamoci però che in origine il disciplinare si fermava alla metà del territorio attuale. Se fossimo in Francia saremmo tutti contro”.

Il problema siccità

«Il tema del nord va affrontato scientificamente», concorda Sergio Germano, viticultore a Serralunga d’Alba, che accusa: «In cda è stato presentato senza preparazione e ora siamo già in fase di voto. Ma così rischiamo di vanificare il lavoro dei nostri avi». Poi spiega: «Se il problema è la siccità, la mancanza di pioggia riguarda sia il sud che il nord. Prima di procedere con le modifiche, il consorzio dovrebbe promuovere una rilevazione termoidrometrica di almeno tre anni».
Come si affronta dunque la minaccia della siccità? «Maggiore attenzione alla fertilità del suolo con ricchezza di microrganismi, uno stato di salute migliore delle vigne: dico no agli estremismi, serve esperienza e modifiche graduali. L’irrigazione si può sperimentare, potrebbe diventare una pratica accettabile: ricordiamoci però che l’acqua bisogna averla e che i nostri suoli sono marnosi: quanti litri richiederebbero e quale efficacia avrebbe?”, conclude.
Sulla questione siccità interviene anche Walter Abrigo di Fratelli Abrigo: «Bisognerebbe aprire all’irrigazione con gli adeguati aiuti, il Pnrr doveva servire a questo».

Si allarga il fronte dei possibilisti

Secondo Martina Culasso, ultima generazione della cantina Piercarlo Culasso con sede a Barbaresco c’è ancora da riflettere: «Non sappiamo come sarà tra 5-10 anni e dovremmo evitare il rischio della monocoltura». Un ‘nì’ sulla ‘questione nord’ arriva da un’altra Federica Boffa, titolare dell’azienda Serio&Battista Borgogno con sede a Barolo: «Se sono terreni già vitati a nebbiolo ha senso dare l’ok perché in determinate annate può aiutare, ma se si andasse verso il disboscamento sarei assolutamente contraria: siamo sostenitori dei boschi, noi stessi li abbiamo e non abbiamo intenzione di spiantarli per creare nuovi vigneti».
Quello sul nord è un vecchio dibattito, assicura Nicola Argamante, agronomo e titolare di Podere Ruggeri Corsini a Monforte d’Alba: «Sono stato consigliere del consorzio e se ne parla da 20 anni». Dice Argamante: «In futuro ci sarà sempre più caldo e un’apertura al nord la farei: non sempre c’è qualità a sudovest, basterebbe diminuire un po’ l’angolo di ‘non piantabilità’ a nord».

Possibilista è anche Nico Conta, presidente di Enrico Serafino: «Noi siamo per provare, non abbiamo pregiudizi». E sulla questione deforestazione aggiunge: «La monocoltura c’è già, servono semmai della compensazioni: se andiamo a nord, spostiamo il bosco da un’altra parte».

I favorevoli fanno leva sul cambiamento climatico

Daniele Scaglia, general manager di Rèva con sede a Monforte d’Alba è d’accordo con lo spostamento a nord: «Un tempo le esposizioni migliori erano quelle dove andava via la neve, oggi con il cambiamento climatico la maturazione del nebbiolo potrebbe trovare un ambiente più favorevole nelle esposizioni che un tempo erano considerate peggiori».
Apre al nord anche Mattia Perredda, manager di Vite Colte, 180 viticoltori che coltivano 300 ettari in Piemonte: «L’apertura si fa anche per la maggior richiesta di Nebbiolo, Barolo e Barbaresco: è un esperimento da fare, anche se con la necessaria severità, cioè tenendo fermi gli ettari vitati. Del resto, con il cambio climatico nei prossimi cinque anni saremo costretti sempre più ad andare verso nord e verso l’alto: l’importanza crescente dell’Alta Langa si spiega proprio con l’altitudine».

Favorevole Cesare Barbero, general manager di Pertinace, cantina cooperativa con sede a Treiso: «Vista la siccità delle ultime annate la vedo come una esigenza tecnica di produzione; inoltre, non sempre nelle attuali esposizioni si trovano le uve migliori». Poi ricorda: «In passato imprenditori anche blasonati si sono spostati in Alta Langa dove un tempo c’erano le piste da sci: non fu uno scandalo allora, non lo sarebbe adesso».

Come emerge dalle tante e discordanti voci sopra, la partita è tutt’altro che chiusa. Occhio, quindi, alle prossime elezioni consortili che potrebbero di fatto diventare una sorta di votazione anche sulla questione del disciplinare. O almeno anticiparne gli esiti.

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