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"Vi racconto il metodo italiano per diventare Master of Wine". Intervista a Pietro Russo, il terzo a ricevere il titolo

Un lavoro di squadra, insieme a Gorelli e Lonardi. Pietro Russo ci racconta di come l'unione di conoscenze e competenze hanno contribuito alla riuscita della conquista del titolo di Master of Wine

  • 23 Febbraio, 2024

«Raggiunto questo obiettivo si chiude un cerchio che abbiamo cominciato in tre: io, Andrea Lonardi e Gabriele Gorelli». Impegno, costanza, studio e tanta, tanta passione. Il percorso per diventare un Master of Wine (MW) non è per tutti. Terzo MW italiano, l’enologo Pietro Russo racconta al Gambero Rosso come è riuscito e cosa ci vuole per raggiungere un così importante obiettivo. 

Pietro Russo, quale sensazione prova dopo essere diventato Master of Wine?

Di enorme soddisfazione e felicità. Un sentimento condiviso dalla famiglia, che mi ha supportato e sopportato in questo percorso. Devo tantissimo a queste persone: se ho trovato la forza per conseguire questo titolo lo devo a Gabriele, Andrea e la mia famiglia. Tuttavia devo ancora realizzare che sia successo (ride). 

La prima cosa che ha fatto quando l’ha saputo?

Ero insieme alla mia famiglia e ho fatto una videochiamata con Gabriele ed Andrea per condividere questo risultato. Una gioia condivisa perché è il risultato di un metodo condiviso che abbiamo creato, e ha preso forma.

Metodo?

Un percorso particolarmente difficile. All’università ero abituato a studiare da solo e ho sempre passato all’esame al primo colpo, in questo contesto ho realizzato che avevo bisogno di nuovo approccio e collaborare con altre persone. Con Andrea e Gabriele non ci siamo trovati subito, ma durante lo stage 2.

Circa dopo un anno dell’inizio di questo percorso ci siamo riconosciuti come “complementari” ed è nata un amicizia profonda. Abbiamo messo insieme i nostri punti di forza per affrontare insieme questo percorso e rispondere alle aspettative degli esaminatori. Il “metodo italiano”, cosi l’abbiamo battezzato, è consistito nel mettere a disposizione le nostre conoscenze e trovare una chiave di lettura di un esame creato da istituto britannico per gli inglesi.

Qual è stata l’impresa più ardua?

Ci sono stati due momenti complicati. Il primo è stato il risultato negativo dopo il 2018. Avevo speso energie e finanze per preparare l’esame e non aver superato una fase dell’esame mi ha fatto pensare che forse raggiungere il titolo non fosse la mia strada, che non c’erano le condizioni per continuare. Andrea e Gabriele, però, mi hanno incoraggiato e mi hanno convinto che ci sarei riuscito. Un altro altro momento difficile, più a livello psicologico, è stata la preparazione all’esame di questo ultimo anno. Avevo mio figlio di due anni che cresceva e dovevo chiudermi in stanza e studiare togliendo del tempo a lui. È stato un altro motivo per impegnarmi al massimo e riuscire in questa impresa.

Il suo approccio rispetto al vino è cambiato?

Non è cambiato con l’arrivo del titolo, ma appena ho intrapreso questo percorso. Cerchi di pensare e agire come un MW, i cui valori principali si fondano su una continua interazione e promozione dell’eccellenza e la sua comunicazione. Noi abbiamo abbracciato questi valori, cercando un continuo confronto altri MW e altre personalità del mondo del vino. Da enologo prima cercavo i difetti, ma ora ho un approccio più olistico in cui metto insieme diversi aspetti, oltre a quello organolettico, anche la sua collocazione all’interno di un mercato e un contesto di consumatori, ma anche a livello qualitativo e di prezzo e trovare il modo per saper comunicare tutto questo. È un mettersi in discussione. Continuamente.

Quindi, gli studi di enologia l’hanno aiutata?

In realtà, le mie conoscenze tecniche mi hanno complicato un po’ per quanto riguarda gli esami di teoria che riguardavano viticoltura ed enologia: avevo una conoscenza approfondita della materia e mettere tutto per iscritto in maniera concisa e diretta non è stato sempre facile. L’approccio accademico italiano è laborioso, mentre quello inglese è più snello. Mi ha però dato le conoscenze di cui sicuramente avevo bisogno.

Ha viaggiato e assaggiato vini da tutto il mondo. Quali sono le sue impressioni a riguardo?

Si fanno vini interessanti in tutto il mondo. Ad oggi è una continua ricerca di nuovi terroir per mettere una bandiera dove coltivare viti. Non è più tanto uno scoprire nuovi posti, ma esplorare e mettersi in discussione. Si sono abbattuti i confini tra la stilistica nuovo e vecchio mondo ed è tutto più sfaccettato, più bello.

E per quanto riguarda il vino italiano?

Noi abbiamo sicuramente un enorme vantaggio: siamo tra i grandi paesi produttori, possiamo offrire tanto cultura, tradizione, paesaggio, anche dal punto di vista vitivinicolo, avendo diverse varietà autoctone. Il rischio di questa complessità è che non si traduca bene in un messaggio, in una buona comunicazione. Penso che l’Italia possa accelerare sul racconto del territorio e del patrimonio di cui dispone anche grazie a noi che portiamo nel mondo il verbo del vino italiano. Siamo supporti strategici per poter comunicare la nostra terra al meglio.

Come mai ci sono ancora pochi MW italiani? 

È una certificazione nata a Londra per il trade, e si allargata a livello Internazionale. Per motivi linguistici, di campanilismo e culturali, ci siamo tenuti a distanza, ma recentemente sta facendo breccia. È bello vedere che siamo i primi, ma vorremo essere il traino e lo stimolo per tutti gli operatori che vogliano approcciarsi a questo titolo mettendoci a disposizione.

E ora che è stato nominato MW, quali sono i progetti futuri?

Io sono un tecnico, ognuno ha il suo taglio: Gabriele è un comunicatore, Andrea, un manager, io aggiungo un’altra sfaccettatura con le mie competenze. Voglio continuare nel mondo della produzione dando una chiave lettura diversa. Un enologo 2.0 che riesca a non solo a dare considerazione tecniche, ma anche coerenti con una direzione mercato. Penso alla mia terra, la Sicilia, e voglio fare in modo di esprimere tutto il potenziale.

Chiudiamo con leggerezza: cosa ha stappato per festeggiare?

Uno Champagne e una bottiglia di Marsala.

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