“Sbalordisce e indigna l’idea di individuare nel territorio della Doc Orcia, dove c’è il paesaggio agricolo più preservato e bello del mondo, una qualsiasi forma di discarica” dice senza mezzi termini la presidente del Consorzio del Vino Orcia, Donatella Cinelli Colombini, dando voce a quello che è il pensiero condiviso di tutto il mondo produttivo italiano. Infatti, nella campagna tra Trequanda e Pienza è stata localizzata una tra le 67 aree inserite nella Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi) alla costruzione del deposito dei rifiuti nucleari.
Il documento è apparso la scorsa settimana con 6 anni di ritardo – la scadenza era prevista nel 2015 – e dopo una procedura di infrazione della Ue per l’inosservanza della direttiva 2011/70/Euratom sulla sistemazione definitiva dei rifiuti radioattivi (art.4), che deve avvenire nello Stato membro in cui sono stati generati.
I criteri utilizzati per disegnare la carta delle aree potenzialmente idonee, fanno riferimento a luoghi poco abitati, a bassa sismicità, senza presenza di vulcani, dove i rischi derivati da frane e alluvioni, siano minimi. Altri parametri riguardano l’altitudine (non oltre i 700 metri slm) oppure le pendenze eccessive, la vicinanza al mare, la viabilità e infine le zone con produzioni agricole pregiate ma anche luoghi di interesse storico-archeologico. In base a questa griglia le 67 aree sono state organizzate per classi. Le più “adatte” sono in A1. Di questa categoria fanno parte i siti delle province di Alessandria, Torino e Viterbo. La scelta definitiva sarà effettuata mediante una procedura di consultazione pubblica. Dopo 2 mesi dedicati alla consultazione dei documenti pubblicati (www.depositonazionale.it), nei 120 giorni successivi si svolgerà il seminario nazionale. Secondo il Ministero dell’Ambiente sarà “l’avvio del dibattito pubblico vero e proprio che vedrà la partecipazione di enti locali, associazioni di categoria, sindacati, università ed enti di ricerca, durante il quale saranno approfonditi tutti gli aspetti, inclusi i possibili benefici economici e di sviluppo territoriale connessi alla realizzazione delle opere”.
Cinelli Colombini ricorda che “la Val d’Orcia è iscritta dal 2004 nel patrimonio dell’Umanità Unesco grazie all’integrità di un contesto storico, culturale e ambientale, di enorme pregio. Non solo, ma nel 2018 la campagna intorno a Trequanda ha ricevuto dal Ministero delle Politiche Agricole il riconoscimento di Paesaggio rurale storico della Toscana”. E poi conclude: “È quasi uno schiaffo ai sacrifici di cittadini, istituzioni e imprese che hanno salvaguardato e valorizzato questo territorio”. Oltretutto a far imbufalire gli abitanti della Val d’Orcia, della Val di Chiana ma anche della grossetana Compagnatico, terra del Montecucco Sangiovese Docg è la disparità di trattamento. Infatti, qui i residenti per allargare di pochi metri un annesso agricolo o solo per costruire un canile, sono costretti a una lunga odissea burocratica, fatta di relazioni tecniche, progetti, certificazioni e autorizzazioni: come possano accettare, senza protestare, un insediamento che occupa 150 ettari, pari a 214 campi di calcio (un campo di calcio equivale a 0,7 ettari; ndr)?
Uno spirito che è condiviso un po’ da tutti i territori dove insistono aree vinicole di pregio. In Piemonte, Antonino Iuculano, presidente Consorzio di tutela e valorizzazione vini Docg Caluso, Carema e Canavese Doc, è alle prese con l’area di Caluso-Mazzè-Rondissone tra le possibili ubicazioni. “Trovo singolare che da una parte si favorisca la qualificazione dei vini e dei territori, finanziando in vari modi la salvaguardia ambientale e produttiva e dall’altra si operi per svalutarla con un deposito. Noi siamo fortemente contrari” dice Iuculano “e il 21 gennaio riuniremo il cda del Consorzio su questo argomento. Nel frattempo, ci stiamo muovendo di concerto con i sindaci e le associazioni professionali di categoria”.
Anche il Consorzio di tutela del Gavi si sta mobilitando perché l’areale di Bosco Marengo-Novi Ligure è anch’essa presente nella carta dei luoghi idonei (Cnapi). “Il nostro è un territorio a destinazione turistica ed è in buona parte incontaminato” osserva il presidente Roberto Ghio “tanto che da tempo stiamo effettuando il monitoraggio degli inquinanti insieme agli apicoltori, sensibilissimi a questo tema. Per questo motivo l’idea del deposito va respinta”.
Nel Lazio, in provincia di Viterbo, sono ben 22 i comuni potenziali siti elencati dalla Carta. Si tratta di una sorta di quadrilatero compreso tra Montalto di Castro, Ischia di Castro, Tarquinia e Tuscania ad alto valore turistico e archeologico, sede delle più importanti necropoli etrusche. “Ci stiamo attivando per convocare con le istituzioni provinciali, regionali e con l’Arsial, un tavolo di confronto comune per respingere questa ipotesi” dice Rosa Capece, presidente dell’Enoteca Provinciale Tuscia e dell’Associazione dei produttori di vino di Viterbo “Siamo un territorio che si sta rialzando dopo un lungo periodo di isolamento e abbandono: le nostre 84 aziende vinicole della provincia hanno bisogno di certezze per programmare”. A giorni si terrà il cda dell’Enoteca Provinciale per una prima valutazione.
Giovanni Palombi della Cantina Sant’Isidoro di Tarquinia si occupa di agricoltura a tutto campo, non solo viticoltura ma anche produzione di frutta e di ortaggi: “È paradossale” osserva “ma la scarsa antropizzazione insieme all’ambiente incontaminato delle nostre campagne, che invece andrebbero ulteriormente valorizzati, sono diventati motivo per cercare di ubicare qui il deposito nazionale. Ma siamo solo agli inizi, come in passato ci batteremo per difendere il nostro territorio”.
In Puglia Beniamino D’Agostino dell’azienda Botromagno denuncia che “a Gravina in Puglia tra i siti individuati c’è l’area dei vigneti della Cantina Colli della Murgia ma soprattutto il nostro Cru Poggio al Bosco, considerato il miglior vino bianco di Puglia. Bene, quell’area è ricompresa nel perimetro del Bosco Difesa Grande, il più grande polmone verde della Puglia centrale con i suoi 4000 ettari di bosco ceduo, individuata dalla Ue come Sito di Importanza Comunitaria (SIC) e Zona di Protezione Speciale (ZPS). In soldoni, per il povero mortale non è possibile costruire alcunché, perché la zona è sottoposta pure a vincolo idrogeologico, mentre ci si potrebbe costruire un deposito di rifiuti radioattivi”.
In Sicilia, specialmente nell’area occidentale, il settore vinicolo non è in allarme se non in modo molto marginale. Antonio Rallo, titolare insieme alla famiglia dell’azienda Donnafugata, spiega il perché: “La Sicilia in generale e la nostra area in particolare, è la più lontana dai luoghi di produzione della gran parte dei rifiuti nucleari e, quindi, ci sarebbe un aggravio sia dei problemi logistici sia dei costi di trasporto in generale. Se poi vogliamo considerare che l’area di Calatafimi-Segesta, indicata come uno dei siti possibili, è a 20 km in linea d’aria della valle del Belìce, altamente sismica, le possibilità di ubicare da queste parti il deposito nazionale, è davvero minima”.
Anche l’Associazione nazionale delle Città del Vino che raccoglie i sindaci dei 460 Comuni italiani associati ha preso posizione: “Il problema non è legato soltanto alla tutela dell’ambiente e dei paesaggi agrari e culturali” afferma il presidente Floriano Zambon “poiché una discarica di scorie realizzata in certi contesti territoriali, anche se con le più alte garanzie di sicurezza, provocherebbe un danno d’immagine incalcolabile e una perdita di attrattività e valore del territorio, con forti ripercussioni. Chi programmerà un viaggio in un’area divenuta deposito di scorie nucleari? E che ripercussioni avrebbero sul territorio e sul paesaggio la nuova viabilità e le infrastrutture che dovranno essere realizzate?”.
Il Deposito Nazionale è progettato per contenere i rifiuti radioattivi prodotti finora in Italia e quelli che deriveranno dallo smantellamento delle installazioni nucleari e dalla medicina, industria e ricerca nei prossimi 50 anni da stoccare per almeno 300 anni. Il deposito inoltre ospiterà tutto il materiale nucleare che per anni l’Italia ha spedito in Francia e Gran Bretagna, per essere riprocessato, e che nel 2025 ritornerà nel nostro Paese. Tutti i materiali saranno ospitati in una struttura a matrioska formata da 90 costruzioni in calcestruzzo armato, al cui interno saranno alloggiati altri contenitori in calcestruzzo speciale che, a loro volta, sono il guscio protettivo per i contenitori metallici in cui si trovano effettivamente i rifiuti.
Si tratta rifiuti radioattivi a media e bassa attività prodotti in Italia quali reagenti farmaceutici, mezzi radiodiagnostici, risonanza magnetica nucleare, terapie nucleari, radiografie industriali, guanti e tute dei tecnici ospedalieri, controlli micrometrici di spessore delle laminazioni siderurgiche, il torio dei quadranti degli orologi, i marker biochimici, i biomarcatori. Sono compresi nell’elenco anche i parafulmini e i rilevatori di fumo. Ma a tutto ciò si aggiunge il problema del materiale radioattivo proveniente dalle ex centrali nucleari tra cui quella spenta per ultima nel 1990 a Caorso, in provincia di Piacenza.
Piemonte: 8 aree tra le province di Torino e Alessandria, nello specifico in aree che attraversano i comuni di Carmagnola, Alessandria, Castelletto Monferrato, Quargnento, Fubine, Oviglio, Bosco Marengo, Novi Ligure, Torino, Caluso, Mazzè, Rondissone, Castelnuovo Bormida e Sezzadio.
Toscana: l’area compresa tra Pienza e Trequanda, in provincia di Siena, e il comune di Campagnatico nel grossetano.
Lazio: 22 i siti individuati in Lazio, tutti nel Viterbese. Le aree individuate sono comprese nei territori di Ischia di Castro, Canino, Cellere, Montalto di Castro, Tessennano, Tuscania, Arlena di Castro, Piansano, Tarquinia, Soriano nel Cimino, Vasanello, Vignanello, Gallese, Corchiano.
Puglia: area di Gravina in Puglia in provincia di Bari. Indicati anche i comuni di Altamura (in provincia di Bari) e Laterza (in provincia di Taranto).
Basilicata: Genzano, Irsina, Acerenza, Oppido Lucano, Matera, Bernalda, Montalbano Ionico e Montescaglioso, tra le province di Potenza e Matera.
Sardegna: 14 le aree individuate nei territori di 21 comuni. Cinque dei centri interessati si trovano nell’Oristanese: Albagiara, Assolo, Mogorella, Usellus e Siapiccia. Altri sedici paesi sono nel sud della regione: Nuragus, Genuri, Setzu, Nurri, Turri, Pauli Arbarei, Tuili, Ussaramanna, Las Plassas, Villamar, Gergei, Mandas, Siurgus Donigala, Segariu, Guasila, Ortacesus.
Sicilia: 4 aree nelle province di Trapani, Palermo e Caltanissetta. Cinque i comuni interessati: Trapani, Calatafini-Segesta, Castellana Sicula, Petralia Sottana, Butera.
a cura di Andrea Gabbrielli
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