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"Contrade dell'Etna ha perso il suo spirito originario". Lo sfogo dei piccoli produttori che si lamentano dei costi elevati

Meno produttori, tante critiche: la manifestazione etnea non convince più e quest'anno molte cantine non hanno partecipato. In tanti sperano in una fusione con gli Etna Days del Consorzio, ma intanto un gruppo di giovani ha dato vita a Contrade Off

  • 16 Maggio, 2024

La 15sima edizione di Contrade dell’Etna si è svolta dall’11 al 13 maggio a Castiglione di Sicilia. Il comunicato degli organizzatori – la società Crew di Messina – racconta di un grande successo con la presenza di 7mila persone tra appassionati e buyer e di 120 giornalisti accreditati. Cala però il numero delle aziende partecipanti: solo 88 rispetto alle 105 dell’anno scorso, con l’assenza di nomi importanti. Le cantine ufficialmente attive sul vulcano sono 209: ciò significa che a una storica manifestazione come Contrade partecipa meno della metà dei produttori dell’Etna. «Il sensibile calo di cantine è dovuto all’anno orribile del vino con meno 40% di produzione per alcuni a causa della peronospora. Molti mi hanno detto che non avevano più vino per l’esposizione, ma i produttori sono contenti di partecipare», assicura Massimo Nicotra, uno dei titolari dell’agenzia Crew che organizza l’evento.

I piccoli produttori etnei: costi troppo alti

Tutto in ordine allora? Non proprio. Nerina Cardile, giovane vignaiola a Solicchiata, sul versante nord del vulcano, ha scelto di non partecipare. «Quest’anno – spiega – ci sono meno cantine e meno persone: è evidente. Inoltre, l’evento è quasi sovrapposto a Sicilia en primeur. I costi sono diventati troppo alti per noi piccoli produttori. Anche le masterclass sono un costo a parte. Nei primi anni Contrade era molto diversa: c’era un senso di comunità che adesso si è smarrito, ora è un evento più commerciale. In più ci sono le feste organizzate dalle grandi cantine. Così noi piccoli siamo svantaggiati». Sulla stessa lunghezza d’onda è Francesco Sanfilippo, trentenne titolare della piccola azienda Vigne di confine a Biancavilla, appena un chilometro fuori dalla doc: «Veniamo troppo oscurati dai grandi, è un investimento grosso per noi. Alcuni nostri colleghi come la cantina Terrafusa (l’anno scorso c’erano, quest’anno no) preferiscono andare al Teruar, la fiera del vino naturale che si svolge a Scicli. Contrade dovrebbe essere pensato per i più piccoli».
Un piccolo vignaiolo della zona (che preferisce non essere citato) ci dice: «I costi sono diventati molto più alti rispetto al passato, così molte aziende rinunciano: vogliono spendere i propri soldi in mondo più fruttuoso. Molti piccoli produttori chiedono per esempio di condividere lo stand: sarebbe una cosa molto positiva invece di costringere tutti alle stesse dimensioni. Purtroppo, però, gli organizzatori non coinvolgono il Consorzio dell’Etna nel modo opportuno, non ascoltano il territorio né i suggerimenti che provengono da noi che partecipiamo. Ho deciso comunque di aderire, ma questi problemi restano aperti».

Nasce Contrade Off

Anche per questi motivi, proprio nel corso dell’evento principale un gruppo di giovani del mondo del vino ha convocato Contrade Off, un evento serale quasi ‘carbonaro’: un gruppo whatsapp esclusivo per un totale di 170 ‘eletti’, una sede misteriosa, svelata solo pochi minuti prima dell’evento con le coordinate di Google Map, una parola d’ordine ironica per entrare: «cà vinu streusu nun ni vulemu» (qua non vogliamo vino strambo). Tra i promotori: Salvo Martinico, per 5 anni impiegato da Benanti e oggi attivo nell’enoturismo e distribuzione di food in tutta la Sicilia; Simone Foti, produttore trentenne, diplomato nella scuola vitivinicola di Beaune, in Borgogna, figlio dell’enologo Salvo Foti; Giuseppe Grasso di Stanzaterrena, produttore di vini naturali a Passopisciaro. Una iniziativa goliardica soprattutto, ma che segnala il fermento di un mondo in cerca di scambio e confronto, ben al di là delle forme consolidate di Contrade: né Foti né Grasso erano presenti alla storica manifestazione.

Lo strano rapporto con il Consorzio

Come spiega Nerina Cardile, alcuni più giovani e piccoli, «si concentrano su altri eventi: per esempio Teatro del gusto a Napoli è molto bello, mentre Teruar è più accessibile. Contrade dovrebbe tornare ad essere un evento fondamentale: per questo dovrebbe essere gestita dal consorzio». Ma la scintilla tra il consorzio e Crew non riesce a scoccare (nell’intervista al Gambero Rosso della scorsa settimana, l’organizzatrice Raffaella Schirò aveva detto che il Consorzio aveva sempre rifiutato di dare il patrocinio gratuito). «Siamo aperti a qualunque forma di collaborazione. Contrade è sempre stato orizzontale, nessuna preclusione. Però a Contrade dell’Etna non c’è mai stato il consorzio. Abbiamo la presenza di tanti produttori del consorzio ma non so quali sono i loro obiettivi», dice Massimo Nicotra.
Non potendo contare su Contrade, da due anni il consorzio ha inventato gli Etna Days di settembre, finora dedicati a una ristretta nicchia di giornalisti stranieri, ma con la prospettiva di allargarlo da quest’anno alla stampa italiana trasformando l’iniziativa in una preview. «Contrade parte da una intuizione del ‘santo’ Andrea Franchetti al quale noi dovremmo fare una statua e dedicare una piazza. È grazie a lui che esiste l’Etna», racconta Rocco Trefiletti, produttore a Linguaglossa e memoria storica, già vicepresidente dell’Enoteca regionale di Castiglione e oggi nel cda della Strada del vino dell’Etna. «Contrade – continua – nasce come una fratellanza tra i produttori che partecipavano all’evento con le loro bottiglie d’annata e si scambiavano opinioni. Franchetti offriva la ristorazione, coinvolgeva i giornalisti e i commercianti. All’inizio è stato visto con sospetto, addirittura accusato di curare chissà quali interessi personali. Tutta dietrologia. Poi l’evento è cresciuto fino a costare 30-40 mila euro. Ovviamente Franchetti non poteva continuare a farlo da solo. Credo che sia stato offerto anche al Consorzio, ma non c’erano ancora capacità, visione e risorse».

L’ombra di Etna Days sul futuro di Contrade

Ma ad essere insofferenti verso lo stato della manifestazione non sono soltanto i giovani vignaioli. «Quest’anno non c’era lo stesso entusiasmo, abbiamo preferito non essere presenti. Contrade resta una manifestazione storica alla quale siamo tutti affezionati, anche perché incarna l’opera di Franchetti. Ma oggi ha perso quello spirito originario ed è diventata una iniziativa soprattutto commerciale, molto meno interessante per noi», assicura una solida produttrice del versante nord. Le fa eco un altro produttore blasonato della zona: «Meno gente, meno produttori, troppi eventi collaterali con alcune cantine che si portano in azienda gli ospiti sottraendoli alla manifestazione. Se organizzato dal consorzio non accadrebbe. Contrade nasce come una festa e come confronto per i produttori, ora è diventata una sagra di paese. Può avere forza solo se gestita dai produttori, non da un’agenzia. La cosa più sensata è che il consorzio prenda la gestione di Contrade (e inglobi gli Etna Days) trasformandola in una vera e propria anteprima».
Sul punto interviene anche Federico Graziani, celebre sommelier che a un certo punto della sua carriera si innamora del vulcano e diventa produttore in proprio nella zona di Randazzo. «Sinceramente – dice – ho riflettuto se andare a Contrade quest’anno: la valenza di mercato è bassa e i vini li ho già finiti. Però sono poco presente nel mercato siciliano, quindi è meglio se mi faccio vedere. Il numero di aziende sta calando: serve qualcosa di più. Contrade aveva senso quando era un’anteprima con l’assaggio dei campioni di vasca. Quest’anno avrebbero dovuto portare tutti la 2023, ma non ce n’erano, ci sono solo vini finiti». Il testimone passa ora agli Etna Days. Secondo Graziani, «gli Etna Days potrebbero diventare un’anteprima. Adesso sono uno spreco di energia: vengono i giornalisti dall’estero, ma sono spalmati sulle solite aziende. Il consorzio dovrebbe aprire al trade e importatori, unire la comunicazione e il mercato».

I difensori di Contrade

Sono ancora tanti, tuttavia, i produttori che credono in Contrade. Come Mario Paoluzi dei Custodi delle vigne dell’Etna: «C’è chi si lamenta dei costi di Contrade? Sì, ma è facile fare le cose con i soldi degli altri. Quando era Franchetti a investire per l’organizzazione andava bene e adesso non più? Fin quando ci sarà Contrade noi parteciperemo, sono cose che bisogna fare», assicura. E sulla contraddizione tra le due manifestazioni usa parole concilianti Graziano Nicosia, produttore di Tenute Nicosia e membro del cda del consorzio: «Il consorzio è ormai concentrato sugli Etna Days che saranno dedicati alle nuove annate e non sono aperti al pubblico. Contrade è un’iniziativa privata: ben venga, dà valore al territorio. Ormai si tratta di due percorsi differenti con finalità diverse: possono coesistere».

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