Bere vino non fa bene. Ma siamo sicuri che sia il male maggiore? Quello che le ricerche non dicono

27 Feb 2025, 17:41 | a cura di
Il paradossa francese è stato smascherato. Occhio, però, a non commettere gli stessi errori di valutazione con le ricerche su alcol e cancro

Partiamo da un fatto indiscutibile: bere alcol, in qualunque quantità, fa male alla salute. Chi non beve tutela la propria salute più di chi beve. E, al di là delle quotidiane polemiche (e crociate) contro l'alcol, è vero che da molto tempo gli studi scientifici mostrano una correlazione molto chiara tra il consumo intenso di alcolici – tre bicchieri di vino o più al giorno – e patologie gravissime come la cirrosi epatica, ma in tempi più recenti le ricerche hanno preso a evidenziare che anche bere moderatamente è un fattore di rischio importante. Chi beve anche soltanto qualche bicchiere alla settimana è più esposto a tumori del cavo orale, della faringe, della laringe, dell’esofago, dello stomaco, del colon-retto, del fegato, della colecisti e del pancreas. L’alcol può danneggiare in vari modi il DNA, rendendo più probabili mutazioni cancerose. La molecola dell’etanolo modifica anche i livelli ormonali, aumentando il rischio di tumore alla mammella, ed è perciò particolarmente insidiosa per le donne. L’Istituto Superiore di Sanità stima che circa il 4 per cento dei decessi per cancro in Italia sia in qualche modo associato al consumo di alcol. L’ondata di studi sul tema ha indotto molti organi che si occupano di salute pubblica a rivedere le loro indicazioni.

L'alert dell'Oms

L’Organizzazione Mondiale della Sanità dice che “ogni livello di consumo di alcol, a prescindere dalla quantità, aumenta i rischi per la salute”, mentre Vivek Murthy, l’uscente Surgeon General degli Stati Uniti – l’ufficiale che si occupa della tutela della sanità pubblica – ha formalmente proposto di mettere sulle bottiglie avvertimenti più spaventosi, come quelli sulle sigarette, per dissuadere i consumatori.

L’evidenza lampante che non bere alcolici è una scelta buona per la salute tende a complicarsi quando si cerca di stimare in modo preciso i danni provocati dal consumo moderato di alcol, ad esempio tre bicchieri di vino a settimana. Si tratta di un problema di stima del rischio, e poiché un po’ tutte le decisioni nella vita sono l’esito di un delicato bilanciamento fra considerazioni dei danni e preferenze individuali, quantificare è decisivo. Le droghe leggere, che hanno avuto un’ampia ondata di legalizzazione in Occidente negli ultimi anni, sono accettate non perché non facciano danni (ne fanno, lo dicono gli studi) ma perché si giudica che alla fine dei conti i benefici siano superiori agli effetti negativi, nella consapevolezza realistica che il consumo ci sarà comunque, con o senza leggi.

Il quotidiano è pieno di esperienze dannose

La domanda “bere fa bene o male?” ha una risposta chiara, ma allo stesso tempo è una domanda che ha senso solo nei paper scientifici e nelle indagini di laboratorio, non nell’esperienza reale delle persone che è fatta di una miriade di attività rischiose: mangiare merendine, guidare l’auto, scalare montagne, costruire piscine. Una domanda più realistica potrebbe essere questa: “È accettabile il rischio che deriva dal consumo moderato di alcol?”. Formulata così, la faccenda è più complicata, anche per gli scienziati. Vediamo perché.

Lo smascheramento del French Paradox

La sempre più diffusa consapevolezza che l’alcol fa male in ogni quantità sta rimpiazzando il vecchio consenso sul fatto che un bicchiere di vino ogni tanto non fa male, anzi addirittura fa bene. Negli anni Novanta si è diffuso il famoso “paradosso francese”, quando gli scienziati hanno notato che i francesi che bevevano un bicchiere di vino rosso al giorno vivevano più a lungo e meglio. Era tutto falso. Risultati come questi erano figli di quelle che in statistica si chiamano variabili “confondenti”. A confondere gli scienziati sui presunti benefici dell’alcol era il fatto che i francesi che bevono vino rosso in modo moderato tendono a essere benestanti, perciò a fare più esercizio fisico, ad avere una dieta in più sana, ad avere accesso a cure migliori e a strumenti di medicina preventiva. Non era il vino, ma il loro profilo socio-economico a concedergli vite statisticamente più lunghe e sane rispetto ai bevitori estremi, per ragioni ovvie, ma per motivi meno intuitivi anche ai non bevitori. Quest’ultimo gruppo, infatti, non è omogeneo, ma contiene anche le persone che si sono ammalate perché hanno bevuto troppo in passato e hanno smesso così di consumare alcol, quando però ormai la salute aveva già subito danni importanti.

Uno degli scienziati che ha guidato l’opera di smascheramento del paradosso francese è Tim Stockwell, professore all’università di Victoria, in Canada. Quando lui e il suo team hanno depurato le statistiche da variabili di disturbo e correlazioni spurie hanno visto che non c’era alcun paradosso. La “curva a forma di J” disegnata in questi tipi di grafici scompariva, mostrando che ogni quantità d’alcol fa male. Per 25 anni Stockwell è stato uno dei punti di riferimento degli organi di sanità pubblica che, sulla base dei dati, hanno via via aggiornato in modo più restrittivo raccomandazioni e regolamenti. Il problema, osservano però altri scienziati, è che anche la metodologia degli studi che smentiscono il paradosso francese rischia di essere inquinata da variabili confondenti simili a quelle che negli anni Novanta avevano dato risultati falsi, ma questa volta al contrario.

Gli errori delle ricerche su alcol e cancro

Vinay Prasad, ematologo e oncologo della University of California, San Francisco, ha scritto che gli studi odierni sono ancora basati su “dati vecchi, sporchi, confondenti, su definizioni deboli, errori di misurazione, molteplicità, problemi di tempi di ritorno e risultati illogici”, cioè i tipici difetti statistici che azzoppano la credibilità di una ricerca. Ad esempio, gli studi osservazionali legano l’alcol al tumore al seno, ma allo stesso tempo le consumatrici moderate di alcol appartengono per lo più a una fascia socio-economica che è correlata anche con un ricorso molto frequente a mammografie e altri esami diagnostici. Perfino gli effetti biochimici dell’alcol, secondo Prasad, sono dimostrati in maniera ancora superficiale. Che l’alcol modifichi il DNA e accresca il rischio di trasformazione in cellule cancerose è provato soltanto negli esperimenti sugli animali, e nessuna decisione di salute pubblica o autorizzazione di farmaci viene presa prima di avere fatto dei test sugli esseri umani.

Occhio a come quantificare il rischio

E in ogni caso rimane il problema della quantificazione del rischio. È cruciale notare qui la differenza fra rischio assoluto e relativo: il primo indica la probabilità generale che qualcosa succeda e il secondo confronta le probabilità fra gruppi con diverse caratteristiche. Quando il Surgeon General degli Stati Uniti dice che un drink al giorno aumenta il rischio relativo di tumore al seno del 10 per cento, significa, sullo sfondo dell’incidenza generale della malattia nella popolazione, che il rischio assoluto di svilupparla passa dall’11 per cento al 13 per cento. Quando il direttore dell’Osservatorio Nazionale Alcol dell’Istituto Superiore di Sanità, Emanuele Scafato, scrive sui social che per il tumore al seno il “rischio si incrementa del 27 per cento per una donna già con un secondo bicchiere”, sostiene un’enormità che si appoggia su due omissioni: la prima è quella dell’aggettivo relativo, la seconda è che quel +27 per cento (relativo) si riferisce esclusivamente al sottoinsieme (fortunatamente piccolo) dei casi in cui il tessuto della ghiandola mammaria presenta i recettori agli estrogeni. In generale, l’aumento del rischio relativo è del 7 per cento. Non si tratta di minimizzare il rischio, ma di quantificarlo nel modo più preciso possibile, sapendo ciò che i dati dicono ma anche ciò che non dicono.

Tre bicchieri di vino al giorno = 10 minuti di vita in meno

Di recente Tim Stockwell, il padre del “debunking” sull’alcol, parlando con il periodico americano The Atlantic ha cercato di riassumere una vita di studi in una stima di rischio comprensibile per il pubblico: “Un drink al giorno riduce l’aspettativa di vita media di circa tre mesi”. Significa che ogni bicchiere sottrae cinque minuti di vita a un bevitore moderato, mentre per i bevitori forti (due o tre bicchieri al giorno) i minuti persi per drink diventano almeno 10, e poi salgono esponenzialmente in ragione della quantità.

L'importanza della dimensione sociale del bere

C’è infine un altro aspetto del problema che gli studi sui danni dell’alcol tendono a non considerare, cioè la dimensione sociale del bere. Il consumo di alcolici sta calando, soprattutto fra i giovani, da prima che si diffondesse la consapevolezza di quanto l’alcol fa male. I ragazzi non stanno riducendo o smettendo perché sono più consapevoli dei danni rispetto a quanto lo erano i genitori quando avevano la loro età, ma per altre ragioni. Quali? La risposta è complessa e non ha una sola causa, ma di certo sappiamo che le giovani generazioni soffrono di solitudine e mancanza di legami sociali in un modo mai sperimentato nella storia. Lo stesso Surgeon General che invoca una stretta sugli alcolici negli Stati Uniti, da oltre un decennio indica la solitudine come la patologia più grave del nostro tempo, un malessere esistenziale che è collegato a una miriade di patologie, dalla depressione ai disturbi cardiovascolari. Stima che non avere legami forti faccia male quanto fumare 15 sigarette al giorno (per avere un termine di paragone, gli scienziati dicono che una sigaretta toglie in media 20 minuti di vita). E dove si sfoga e si amplifica molto spesso questa solitudine? Su smartphone e device, in particolare sui social media, che guarda caso lo stesso Surgeon General ha indicato come fondamentale amplificatore dei disturbi mentali che affliggono gli adolescenti in modo spropositato. “Gli adolescenti che passano più di tre ore al giorno sui social hanno un rischio doppio di avere sintomi di ansia e depressione”, ha scritto Murthy lo scorso anno, proponendo di introdurre avvertimenti e limitazioni per educare un’opinione pubblica che continua a sottovalutare i danni delle piattaforme.

Abbandonare il vino e soffrire di solitudine

Ora, l’alcol evidentemente non è un farmaco contro l’asocialità, ma è un fatto che gli esseri umani da qualche millennio bevono tendenzialmente in compagnia. L’alcol è legato alla festa, a un pasto con qualcuno, alle ricorrenze, al divertimento, alla gioia, alla condivisione di un momento di celebrazione della vita, a una riconciliazione, a un chiarimento, a una conversazione difficoltosa ma necessaria. Alcune religioni bandiscono gli alcolici, ma sono molte di più quelle che invece danno all’alcol una parte centrale nei loro rituali. La stragrande maggioranza delle confessioni invita al consumo moderato, non all’astinenza. Insomma, nell’esperienza umana gli alcolici hanno un ruolo soprattutto dove le persone si incontrano e condividono qualcosa di significativo. Se rinunciare all’alcol per ragioni di salute è una scelta buona, in termini assoluti, non ci sono indicazioni che oggi sia questa la motivazione principale che anima il crescente popolo dell’astinenza. Molti abbandonano l’ebbrezza di un bicchiere in compagnia per altre intossicazioni che si consumano in solitudine, condizione che a sua volta danneggia la salute. In condizioni di laboratorio affermare che bere fa male è certamente vero, ma nel guazzabuglio dell’esistenza le cose sono più complicate.

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