Passeggiata domenicale nel centro di Roma. È strapieno di turisti: non è una notizia, ma questa volta mi concentro per deformazione professionale sui locali che conosco, e che vedo trasfigurati. Le insegne, a parte le catene da tiktoker, sono in gran parte ancora quelle storiche, a Roma non è (ancora) partita la pulizia etnica dei negozi e dei locali storici a colpi di aumenti dei canoni d’affitto, ma moltissime sono state colpite dalla xylella dell’overtourism.
Da cosa si riconosce l’insidiosa malattia? Innanzitutto dalle file, così grottescamente lunghe da essere più consone a un pellegrinaggio nella celletta di Padre Pio a San Giovanni Rotondo che all’acquisto di un rettangolo di pizza rossa. Poi dall’ingentilimento – non ristrutturazione – più una pittata di bianco che questi locali, brucati dalle mandrie di turisti a caccia di pittoresco, sentono di dover dare per accogliere come si deve i nuovi padroni delle città d’arte, i turisti internazionali. Poi dall’invasione dei dehors, l’unica istituzione rimasta in piedi dal Covid. In ultimo, ma ovviamente non ultimo, dall’aumento dei prezzi. Questi sono ormai da tempo sganciati da ogni relazione con l’economia reale, men che meno con il potere d’acquisto della classe media dell’ottava economia mondiale, che siamo noi. L’aggancio è esclusivamente con l’aspettativa che i turisti stranieri paghino senza battere ciglio quello che gli si chiede, ignari che fino a tre anni fa costava anche il 50% in meno.
L’ho capito definitivamente pranzando in una pizzeria di quelle di quartiere, aperta nel 1986 quando il centro di Roma era ancora tale, appunto un quartiere vero, con abitanti veri che come sinecura e senza alcuna aspirazione gourmet andavano a mangiarsi una pizza romana semplice fatta con il lievito di birra e una birra industriale come rito alimentare senza pretese. Il locale è sempre lì, come è lì il proprietario che regolarmente sbuffa verso chiunque non paghi in moneta sonante, ma è stato pittato di fresco e siamo tra i pochi italiani, circondati dalle Nazioni Unite a cui è dato un menu multilingue. Tutto bene, felice per il successo di un locale che mi è caro… ma poi arriva la pizza. Sempre la stessa, fiori di zucca e alici, con peperoncino. Anche il gusto della pizza (semplice, romana, un po’ bruciacchiata e servita nei piatti di ferro) sembra uguale, ma qualcosa non torna. La pizza è più piccola di com’era prima e in tutto ci sono due filettini due di alici. Si chiama tecnicamente shrinkflation, ossia l’inflazione in cui non aumenta il prezzo, ma diminuisce il prodotto, come quelle confezioni di pasta che oggi ne contengono solo 400 grammi. Solo che qui alla diminuzione del prodotto si accompagna anche un aumento del prezzo. L’andazzo è ormai consolidato.
Fatti nostri che siamo poveri? Certamente molti lo pensano, ma il tema è più complesso. Insegne grandi e piccole che si snaturano perdono alla fine di senso, diventano baracchini da Disneyland. Quando le mandrie di turisti dovessero andare altrove (capita!) rimarranno luna-park vuoti e tristi. Io non tornerò. Perché il problema dell’overtourism non è che ci si scoccia a girare dove c’è troppa gente, ma che dove passa quella gente non cresce più l’erba.
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