In viaggio a Ortigia, la splendida isola di Siracusa, ho potuto immergermi nel suo mercato, lussureggiante di pesce e soprattutto di frutta e verdura. È una mia passione, girare le città a piedi e visitarne i mercati, per capire cosa i locali mangiano, e in definitiva come vivono.
I mercati, quelli veri, non ancora trasformati in infilate di banchetti di street food, sono un presidio insostituibile di tipicità, stagionalità e sostenibilità. Soprattutto in provincia, vi si trovano frutti e ortaggi quasi sempre prodotti nelle vicinanze, spesso varietà tipiche che si possono conoscere solo sul posto. I mercati sono un presidio di biodiversità e quello di Ortigia non ha fatto eccezione, con i suoi trionfi di verdure di stagione, agrumi e pesce, regali di una terra e di un mare particolarmente fortunati. Peccato però che nelle osterie e nei ristoranti locali di quelle meraviglie si faccia un utilizzo quantomai contenuto.
La ristorazione, non solo quella gastronomica, anche quella più tipica delle osterie, ha abbandonato ormai da tempo il costume virtuoso di proporre verdura e frutta fresche e di stagione all’interno del menu, relegandone l’utilizzo all’ambito domestico, dei (sempre meno) fortunati che hanno il tempo, lo spazio e le competenze per fare la spesa al mercato e cucinarsi i prodotti a casa.
Forse tempo fa, quando mangiare a casa era la norma e il ristorante era il luogo del pranzo della domenica, poteva avere senso lasciare a casa broccoli e mele, che erano comunque presenti nelle carte delle trattorie dove i lavoratori pranzavano. Oggi sarebbe invece assai opportuno tornare a fare cultura alimentare al ristorante riproponendo la verdura e la frutta di stagione con il minimo delle lavorazioni, poiché sono parti integranti del sistema agroalimentare, come un formaggio e un olio dop. È una vecchia battaglia del Gambero, a partire dal ritorno della frutta sulle tavole dei ristoranti, ma da estendere certamente agli ortaggi, di quelle che giustamente devono essere periodicamente riproposte e rivendicate. Peraltro, i pochi che praticano questa attenzione (il mio favorito è Piatto Romano a Roma, un’enciclopedia di verdure selvatiche fresche nel menù, costantemente rinnovate) si ritrovano con carte assolutamente più profonde e interessanti di chi lesina sui vegetali, facendo semplicemente uno sforzo d’attenzione più che economico.
Fa parte anche di una lettura non pedante, ma più attenta e responsabile, della ristorazione come grande industria culturale nazionale, che in quanto tale non deve essere letta solo dal punto di vista estetico, ma anche del suo impatto, negativo, positivo o neutro, sulla nostra economia, sulla nostra società e e sulla nostra identità.
Se le “mangerie”, i “mangifici”, invadono le strade dell’overtourism e schiacciano la nostra identità gastronomica su pochi stereotipi, senza che intervenga la cultura famigliare a trasmettere sapere a tavole, è giusto rivendicare più spazio a una cucina sana non per le etichette che adopera, ma per gli ingredienti che acquista, utilizza, fa scoprire.
È una piccola rivoluzione verde, e di mille altri colori, che ci piace.
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