Masterchef ha avuto il grande merito di rendere popolare l'alta cucina ma è per sua natura un programma diviso. Ai nostri lettori interesserà poco, ma nel settore gastronomico non tutti lo amano, alcuni chef e molti giornalisti lo giudicano come uno spaccato non realistico della cucina e del nostro paese, che il messaggio di fondo che trasmette sia sbagliato. Gli chef non crescono in tv. Ne dibattiamo molto spesso anche in redazione al Gambero Rosso, ci si divide tra curiosi e disinteressati, tra fan e detrattori, tra seguaci e annoiati. Ma il punto non è questo, semmai questa breve premessa è utile a far capire che al di là di cosa si pensi del programma, superando qualsiasi argomentazione snob o seria intorno alla cucina come espressione di un certo tipo di televisione generalista, Masterchef ci racconta un pezzo d'Italia che è cambiata e di cui in molti non si sono ancora accorti. L'ultima stagione appena conclusa l'ha vinta una giovane donna italiana con origini cinesi.
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Anna - Yi Lan il suo nome cinese - è una consulente di moda di 32 anni, nata a Milano da genitori cinesi. I suoi, ha raccontato lei stessa dante la presentazione ai casting, hanno deciso di lasciare il paese di origine per trasferirsi in Italia dopo la nascita del fratello maggiore, per sfuggire alle leggi che imponevano un unico figlio a ogni famiglia. Per poter avere la loro secondogenita sono stati costretti ad andarsene. «Per molto tempo non mi sono sentita abbastanza italiana per essere davvero cinese, e abbastanza cinese per essere italiana», ha raccontato Anna. È la storia di molti cinesi in Italia, è la storia di molti migranti che per i più disparati motivi lasciano i paesi di origine rischiando tutto per trovare "fortuna" altrove. Che sia poi l'Italia il posto dove questa "fortuna" si materializza è tutto da vedere, non brillando noi per accoglienza.
Contaminiamoci
Quello che è accaduto ci ha colpito perché certifica che l'immigrazione nel nostro paese è sana nonostante quello che sostiene il Governo in carica, è un'opportunità incredibile per troppo tempo bistrattata e insultata. E lo si vede anche a tavola perché la forza evocativa di quello che mangiamo, di come lo produciamo, delle storie che attraversano il cibo sono in grado di fondersi con tutto il resto: il lavoro, gli studi, la fede, lo sport, i diritti dei lavoratori, la strada tormentata che attraversano i migranti per arrivare in posti sconosciuti a portare le loro ricchezze, la scienza, le carceri, le catastrofi climatiche. Il cibo è probabilmente l’elemento che più caratterizza la vita di ognuno di noi, eppure a forza di ripetere un’azione vitale come quella del mangiare dimentichiamo la sua importanza ed essenzialità. E così non facciamo caso a quello che mangia il nostro vicino di casa. Non ci siamo resi conto che i banchi del mercato di quartiere si vendono verdure e frutta che non conosciamo.
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La cucina africana non esiste
Non è la prima volta che Masterchef mostra un'Italia che esiste ma non viene raccontata: Tracy Eboigbodin, trentennenne nigeriana e veneta di adozione, ha vinto l'edizione 2022. Una italo cinese ora, una italo nigeriana prima ancora, e chissà cosa ci aspetterà nei prossimi anni. È uno spaccato interessante e irrinunciabile per noi che siamo così legati (spesso in modo obsoleto) ai nostri territori e alle tradizioni, molte delle quali inventate non più di settant'anni fa (vedasi la carbonara). Ma non è neppure questo il punto. Masterchef ci ha insegnato di nuovo una cosa: il mondo della cucina, e tutto il racconto legato ad esso, non rispecchia davvero quello che sta succedendo nel nostro paese. Una italo cinese vince Masterchef ma la narrazione intorno alla cucina cinese è spesso mainstream e comunque ancora molto marginale. Per non parlare della cucina del continente africano, fatichiamo pure a non utilizzare l'aggettivo "africano" per definire la gastronomia di ben 54 paesi, molti dei quali profondamenti diversi tra loro per storia, geografia e linguaggi. La cucina africana, infatti, non esiste, scriverlo o sostenerlo è scorretto. Abbiamo provato a parlare dell'interessante fenomeno che sta avvenendo in Europa, con decine di chef provenienti in particolare dal West Africa che stanno emergendo nelle cucine occidentali. Ma il risultato delle nostre ricerche in Italia è stato molto deludete.
Nonostante sia molto più rappresentata rispetto a quella nigeriana, la cucina cinese rimane sottovalutata. Lo stereotipo vuole che siano ristoranti tutti uguali, economici e molto di sostanza. Alcuni potrebbero puntare il dito contro le comunità cinesi attribuendo a loro la scarsa proliferazione di indirizzi di qualità e di aver reso la proposta omologante, ma è altrettanto vero che anche noi non siamo stati in grado di fargli spazio, che l'Italia è un paese sostanzialmente razzista e che "la cucina italiana non si tocca", a torto ci illudiamo di essere i migliori, pensiamo che l'autoconservazione e l'assenza di vera contaminazione sia un modo per preservare la grande cucina italiana, un monolite che per i tempi che corrono è diventato un elefante nella stanza. Ci siamo per anni piegati alle tecniche e tradizioni francesi, rendendo il fine dining tutto uguale e estremamente noioso, e non abbiamo voluto guardare ai mercati che abbiamo sotto casa e che si riempiono di verdure e frutta che non abbiamo mai mangiato. A Roma e Milano sono nati piccoli ristoranti con cucine regionali e proposte intelligenti provenienti proprio da italiani di seconda o terza generazione con origini cinesi, ma il racconto intorno a questi è stato molto spesso sbieco e disinteressato. Non contaminarci però è il più grande torto che ci stiamo facendo.