Il centro di Londra va alla guerra. Delle caramelle. Una delle più frequentate strade dello shopping cittadino, Oxford Street, da dopo la pandemia si è riempito di negozi che vendono dolciumi di bassa qualità in stile americano e in alcuni casi souvenir dozzinali. Un’invasione che le autorità cittadine stanno cercando di combattere perché dequalifica uno dei luoghi più attraenti della città e perché questi negozi sono spesso ai limiti della legge.
Per il momento la battaglia del Westminster City Council è stata respinta con perdita. I “candy shop” sono là, accanto a marchi globali e spesso al loro posto. Un anno fa fece scalpore il fatto che il primo negozio londinese della celebre catena di dischi HMV (His Master Voice) aveva chiuso per una grave crisi finanziaria che aveva condotto la compagnia all’uscio del fallimento e che quei locali fossero stati accaparrati dall’ennesima rivendita di dolciumi. Una sconfitta per tutta la città: in quel locale di Oxford Street il manager dei Beatles Brian Epstein aveva portato nel 1962 le prime incisioni degli scarafaggi per promuoverli. Da “Love Me Do” ai marshmallows il crollo è verticale.
Ma non è solo una questione di immagine. Dietro negozi come Jolly Ranchers o Twinkies ci sono proprietà poco trasparenti, che in un gioco di specchi conducono a società di investimento di Hong Kong e società immobiliari britanniche favorite dal sistema di registrazione delle imprese e dei locatari, che nel Regno Unito è a dir poco opaco. Così questi imprenditori senza nome e senza volto possono condurre lucrose attività commerciali che sono sospettate di riciclare denaro sporco, non pagare le tasse, vendere prodotti spesso contraffatti e di dubbia salubrità, sfruttare i lavoratori e gonfiare i prezzi delle merci.
Il Westminster City Council ci prova a fronteggiare la caramellizzazione di Oxford Street, ma ogni volta che con qualche pretesto riesce a chiudere un negozio eccone un altro spuntare cinquanta metri più in là. “Sono come i funghi” dice al Wall Street Journal Geoff Barraclough in rappresentanza dell’amministrazione. “Stiamo giocando a whack-a-mole”. Che, per chi non lo sapesse, è quel gioco in cui con un martelletto devi colpire delle piccole talpe che appaiono e scompaiono in modo imprevedibile da una serie di buchi. Ma è un gioco che non fa ridere i londinesi.
Il fenomeno è stato favorito dal Covid, quando il turismo a Londra, come in tutto il mondo, crollò. E molti negozi di Oxford Street chiusero, tra cui marchi storici come Topshop e Debenhams, finendo per essere rilevati da proprietà grigie che hanno preso ad aprire, chiudere e riaprire con nuove insegne negozietti di bassa lega, senza pagare una sterlina di tasse. L’amministrazione di Westminster vanta un credito di milioni di sterline che non sanno a chi chiedere, perché arrivare ai veri proprietari di questi negozi è molto difficile, anche perché interrogare i dipendenti è spesso un’impresa inutile oltreché frustrante. Così, in questo Far West masticabile, Oxford Street rischia di diventare, come dice al Telegraph Stuart Machin, chief executive di Marks&Spencer, “un dinosauro destinato all’estinzione”. Un’estinzione al sapore di fragola sintetica.
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