“Quanta Italia in questa lista, è una cosa incredibile, siamo il Paese più rappresentato e più rappresentativo della Bar industry mondiale, 5 bar tra i primi 100, due tra i primi 50, il Bar n°1 della lista è ispirato alla tradizione italiana, il Bar n°2 guidato magistralmente da un gruppo pieno di italiani fantastici, c’è un pezzo d’Italia nel 90% dei bar più importanti del mondo e di questo dobbiamo essere veramente fieri; e quando non siamo rappresentati dalle persone ci siamo con i brand grandi e piccoli che rendono unico il nostro Paese. Abbiamo un potenziale enorme, una storia bellissima e tanto ancora da dire al mondo, per farlo dobbiamo fare sistema, sostenerci a vicenda ed eliminare chi vuole dividerci. Il meglio deve ancora arrivare”. Non ci sono parole migliori per interpretare la classifica 2019 della World’s 50 Best Bar di quelle affidate a Facebook da Leonardo Leuci, fresco di riammissione nella lista dei migliori 50 bar del mondo con la squadra di The Jerry Thomas Project, speakeasy capitolino di fama internazionale.
Un pensiero che mette in luce l’apporto fondamentale della scuola di bartendency italiana all’evoluzione di un comparto che oggi può contare, in numerosi Paesi del mondo, su professionisti competenti e appassionati, idee originali e investimenti adeguati. L’Italia della miscelazione ben riconoscibile (e riconosciuta) per la storia che porta in dote, per le persone e le aziende – talvolta piccolissime – capaci di farne tesoro nell’affrontare sfide nuove.
Un’Italia autorevole, insomma, capace di ispirare – come sottolinea Leuci – l’atmosfera e l’offerta del bar Dante di New York, rifugio sicuro del Greenwich Village, in ascesa dalla nona alla prima posizione, a precedere il Connaught Bar di Londra, altra avventura di successo debitrice alla professionalità di bartender italiani. Dunque è tutto nuovo il podio della nuova World’s 50 Best Bar, pur giocato sempre sui grandi poli d’attrazione della miscelazione internazionale, New York e Londra, che in top 10 si spartiscono ben cinque piazzamenti utili (ma quest’anno il computo vira a favore di New York, con tre assi nella manica – Dante, The Nomad e Attaboy – anche se Londra resta la città più rappresentata in top 50, con dieci insegne). Ma il terzo gradino del podio spetta all’Argentina, con la Floreria Atlantico di Buenos Aires, in risalita di 11 posizioni.
Tra le mete della cocktellerie (specie d’hotel) più celebrate del monto, ben rappresentata è pure Singapore, che aggiunge due nuove entrate a una compagine già numerosa, e ora conta sei insegne in top 50 (primo del gruppo è l’Atlas Bar, che conferma l’ottavo posto del 2018).
E l’Italia? Dopo le belle soddisfazioni arrivate dalla parte bassa della top 100 – le posizioni 51-100 rivelate qualche giorno fa – con tre bar italiani in lista (Nottingham Forest all’86 per Milano, Drink Kong all’82 e Baccano al 70 per Roma), nei primi 50 sono due i rappresentanti che tengono alto l’orgoglio tricolore della miscelazione, nuovamente distribuito tra Milano e Roma: new entry assoluta è il 1930 di Milano, al numero 44; mentre di risalita si tratta per la squadra del Jerry Thomas, di nuovo in lista dopo un anno di purgatorio, al numero 50. Ma anche Patrick Pistolesi è salito sul palco londinese per ritirare un premio che conferma lo stato di grazia della compagine italiana: spetta a Drink Kong, infatti, il premio speciale Campari One to Watch, che premia la rivelazione dell’anno (chissà dove arriverà il prossimo anno?). Decisamente un bel bottino, ancor più solido se letto alla luce delle considerazioni di cui sopra.
Com’è rincuorante il buon riscontro – di numeri, pubblico, interazioni – portato a casa dal Roma Bar Show che una decina di giorni fa, per la prima volta, ha riunito nella Capitale i protagonisti e le aziende della Bar Industry globale. Una conferma che l’Italia di settore c’è. Ed è giusto celebrarla.
a cura di Livia Montagnoli
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