Non c’è pace per Starbucks. Dopo essere stata accusata di aver ostacolato la formazione di rappresentanze sindacali, licenziando i dipendenti attivi, di aver rimosso le decorazioni nel mese del Pride, ora – a poche ore di distanza dall’uscita di scena di Schultz, non più parte del consiglio di amministrazione – l’azienda di caffè che più di ogni altra continua a far chiacchierare appassionati e addetti ai lavori di tutto il mondo, torna di nuovo al centro dell’attenzione. Stavolta, il colosso è finito in tribunale per via dei suoi Refresher, i drink alla frutta che però non contengono alcuna frutta.
Ammettiamolo, l’accusa di frode è un po’ forzata. Certo, ordinando un drink al mango ci si aspetterebbe che sia fatto a partire dalla polpa del frutto, ma bevande “al gusto di”, con aromi e insaporitori vari non sono poi una novità. “Una parte significativa di consumatori ragionevoli” però non la pensa così, è quanto ha stabilito il giudice distrettuale John Cronan a Manhattan. Starbucks si è difesa proprio appellandosi agli aromi, dicendo che i nomi scelti erano stati usati per indicare il profilo aromatico di ogni bevanda, e non la lista degli ingredienti (contrattacco ineccepibile). Inoltre, ha aggiunto il gigante di Seattle, i clienti avrebbero potuto chiedere di visionare gli ingredienti nel punto vendita, in modo da dare la possibilità allo staff di chiarire eventuali equivoci.
La ricetta dei Refresher non prevede nessun prodotto particolare: acqua, succo d’uva, concentrato e zucchero. I consumatori incolpano però Starbucks di aver utilizzato nomi fuorvianti per poter prezzare maggiormente le bevande. Il giudice, infine, ha respinto l’accusa di frode, poiché non esistono prove valide che dimostrino che l’azienda abbia tentato di truffare i consumatori. Cronan, però, ha anche aggiunto che a differenza di altri elementi come la vaniglia, che può essere intesa anche solo come “sapore” “aroma di” (in America la questione si è chiarita in passato con altre cause simili), termini come mango o frutto della passione generalmente si utilizzano nei nomi dei prodotti per indicare non solo il sapore ma l’ingrediente principale. Che ne è allora dei bubble tea, le bibite dolci “alla frutta” con sfere di tapioca, piene di polverine, insaporitori vari ma senza frutta? Per ora, comunque, non c’è tregua per Starbucks: Robert Abiri, avvocato dei querelanti, è intenzionato a procedere, e il big del caffè è già pronto a difendersi.
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