Approvata unanimemente da parte del Mipaaf la candidatura a patrimonio immateriale dell’Umanità dell’Unesco per “il caffè espresso italiano tra cultura, rito, socialità e letteratura nelle comunità emblematiche da Venezia a Napoli”. Lo ha annunciato il sottosegretario alle Politiche agricole alimentari e forestali Gian Marco Centinaio, dicendosi soddisfatto: “In Italia il caffè è molto di più di una semplice bevanda: è un vero e proprio rito, è parte integrante della nostra identità nazionale ed è espressione della nostra socialità che ci contraddistingue nel mondo”. La proposta avanzata alla Commissione nazionale italiana per l’Unesco dovrà poi essere sottoposta entro il 31 marzo a Parigi: una candidatura che assume un significato ancora più profondo in tempo di pandemia, un’emergenza sanitaria che ha penalizzato i rapporti sociali, “molti dei quali avevano come cornice il bancone o il salotto all’aperto di un bar davanti a un buon caffè italiano”.
È proprio sull’ultima espressione usata da Centinaio che vale la pena soffermarsi. Cosa si intende, esattamente, per “un buon caffè italiano”? Della presunta reputazione dell’espresso made in Italy nel mondo ne abbiamo già parlato più volte (e nel prossimo numero della rivista mensile di febbraio ci sarà un lungo approfondimento al riguardo), anche in occasione della prima proposta della candidatura Unesco. Che si tratti di un passo importante per la cultura italiana è indubbio, ma come sempre è opportuno fare una lettura più critica della situazione: l’espresso è storia nostrana, ma il mestiere del barista ha da tempo perso gradualmente il suo valore, mentre nel resto d’Europa si è imposta sempre più prepotentemente una mentalità diversa, che punta alla qualità e alla corretta manutenzione dei macchinari, proprio quel valore in principio introdotto in Italia da Moriondo, Arduino e tutti i grandi che hanno fatto scuola, inventando e perfezionando il metodo espresso e il mondo dei bar. Quegli stessi valori che avevano fatto guadagnare alla Penisola il primato di eccellenza del caffè nel mondo.
Stiamo parlando di caffè specialty, chicchi di pregio selezionati con cura e poi tostati ed estratti con altrettanta meticolosità e preparazione, ma più in generale di caffè buoni, trattati e serviti bene da personale competente. La bellezza del bar all’italiana in molte città resiste, così come il folclore dei tanti rituali partenopei legati alla tazzina, ma siamo sicuri possa bastare questo fascino d’antan per meritare la dicitura di patrimonio immateriale dell’umanità? Il prezzo dell’espresso è un altro tasto dolente: siamo disposti a pagare più di 1 euro per una tazza di tè, un succo di frutta, anche una bottiglia d’acqua… perché con il caffè dovrebbe essere diverso? L’espresso nella maggior parte dei bar (ci sono, naturalmente, le dovute eccezioni) continua a essere venduto a 1 euro, talvolta anche meno, sminuendo non solo il lavoro di baristi e torrefattori, ma anche quello dei raccoglitori e lavoratori nelle piantagioni d’origini. Continuando ad alimentare una filiera insostenibile dal punto di vista ambientale ed etico, a discapito di coloro che quella materia prima la curano per primi (nel prossimo numero della rivista in uscita sabato 29 gennaio ci saranno maggiori dettagli).
La tradizione resta, così come la grande storia dell’espresso italiano. Rimane il culto dei bar d’epoca, il folclore, le tante belle tradizioni regionali. Resta il passato, insomma, ma per un prodotto che vuole essere patrimonio del mondo è veramente giunto il momento di guardare al futuro.
a cura di Michela Becchi
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