Più cibo italiano sulle tavole di tutto il mondo. L’effetto della pandemia, nei due anni tra 2020 e 2021, ha consentito all’agroalimentare made in Italy di incrementare la propria presenza meglio di quanto abbiano fatto molti avversari commerciali. Eppure, si era partiti davvero coi peggiori auspici, se si ripensa all’incredibile blocco delle merci italiane alle frontiere quando l’Italia, dopo l’esplosione della prima ondata di Covid a febbraio 2020, era considerata una sorta di untrice d’Europa. Invece, il mondo ha scelto il made in Italy di qualità: dalla pasta all’olio extravergine d’oliva, dai formaggi al vino, vero alfiere e protagonista di una performance che lo ha portato ben oltre i 7 miliardi di euro.
La sesta edizione del forum Agrifood monitor di Nomisma e Crif parla di performance sorprendente per l’agroalimentare, in modo particolare nel 2021, che “sarà ricordato come un anno straordinario per l’export italiano”, ha dichiarato Denis Pantini, responsabile agroalimentare di Nomisma “grazie a una crescita che ha coinvolto tutti i prodotti, portando a incrementi nella quota di mercato dell’Italia in molti mercati mondiali”.
L’export agroalimentare nel 2021 è a livelli record, sopra i 50 miliardi di euro (nel 2015 era poco sopra i 30 mld), grazie a una crescita a valore del 15% rispetto al 2019 e dell’11% sul 2020. I prodotti che hanno fatto da traino sono stati vino, salumi e formaggi. Il vino si conferma il bene italiano più esportato, con una quota del 14% e un incremento a valore del 12,7% sul 2020 e del 10,3% sul 2019. L’Italia, nell’agrifood, ha fatto meglio di altri importanti Paesi europei, come Francia e Germania, rimasti sotto il 10% (con crescite rispettive di +8% e +4%). Nono posto, invece, per valore dell’export agroalimentare mondiale, in una classifica che vede ai primi 5 posti gli Usa (148,6 mld), i Paesi Bassi (103,1%), il Brasile (83 mld), la Germania (75,4 mld) e la Francia (68,3 mld). “Tra 2019 e 2021 hanno fatto meglio di noi il Canada, il Brasile, gli Usa, cresciuti di oltre il 20%”, ha ricordato Pantini.
Nel dettaglio, il Belpaese ha visto aumentare nel corso del 2021 e rispetto al 2019 il suo peso a valore all’interno dei più importanti Paesi importatori. È passata da 15,4% a 16% in Svizzera, da 7,8% a 8,7% in Germania, da 8,3% a 8,7 % in Francia, da 5,6% a 6,3% in Uk, da 4,4% a 4,7% in Australia, dal 3,1% al 3,5% in Russia. Stabili gli Usa (3,5%) mentre si perde qualcosa nel Paese del Dragone (da 2% a 1,9%), soprattutto perché i cinesi, che hanno incrementato l’import in periodo pandemico di oltre il 45%, hanno acquistato in prevalenza commodity agricole, che non rappresentano il core business italiano, fatto invece di prodotti trasformati.
Questo articolo, è stato pubblicato sul Settimanale Tre Bicchieri del 24 febbraio 2022
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a cura di Gianluca Atzeni
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