La shrinkflation fa – comprensibilmente – infuriare. L’inflazione fa infuriare, i costi dell’attuale mercato immobiliare fanno infuriare. Se c’è una cosa, però, che merita di aumentare di prezzo è il caffè. Ma il culto creato attorno alla tazzina sembra essere un ostacolo insormontabile nel settore, e c’è addirittura chi, per guadagnarsi il favore del pubblico, abbassa ulteriormente i prezzi.
Accade a Roma, al Caffè dei Carracci, che dal 4 settembre scorso ha deciso di servire l’espresso a 1 euro, il cappuccino a 1.20, prezzi ormai pressoché introvabili ovunque, a prescindere dalla qualità della materia prima. Accade in zona Flaminio ma sarebbe potuto succedere a Garbatella, Centocelle, Tor de Cenci o Portuense, a Bari così come a Parma. Sicuramente, solo in Italia. Nulla contro le svolte pop, come quella del maestro pasticcere Ernst Knam, che ha scelto di diminuire il numero delle torte e rendere le sue creazioni ancora più accessibili, novità presentata al motto di “la pasticceria non deve essere un lusso”. Un pensiero comprensibile, condivisibile e anche auspicabile, specialmente di questi tempi. E allora perché per il caffè non può valere lo stesso discorso?
Il titolare ha dichiarato di averlo fatto per non lucrare sulla clientela. Un gesto nobile, niente da eccepire. La questione, però, è più complicata. Il problema non è il Caffè dei Carracci, piuttosto la tendenza del pubblico a glorificare operazioni simili: è accaduto anche quest’estate, quando nel pieno della scontrino-mania è stata riproposta dai media la storia del bar di Alia, in provincia di Palermo, dove l’espresso costa ancora 30 centesimi. Un prezzo talmente fuori tempo che fa entrare di diritto il locale in un campionato a parte, dove gioca da solista. Eppure i commenti entusiasti dei consumatori lasciano trapelare una certa invidia per gli abitanti di Alia, così come per quelli di Messina, dove c’è una delle tazzine più economiche d’Italia. Senza considerare che, forse, qualcuno (i coltivatori) e qualcosa (l’ambiente) sta pagando al posto nostro.
Aumenta tutto, dal pane alla frutta, e si consolida di pari passo la pretesa di pagare l’espresso – almeno quello – a un prezzo equo. Cosa c’è di equo, però, in un prodotto derivato dallo sfruttamento di altre persone (in moltissimi casi donne), dall’impoverimento dei terreni destinati alle piantagioni? Sono equi i contratti dei baristi nella maggior parte dei locali? Può aumentare tutto in Italia, ma non il caffè, che da sempre qui ha uno dei prezzi più stracciati d’Europa. E se la qualità media del caffè nei bar della Penisola è bassa è anche per questo motivo. Per le scelte delle materie prime fatte a monte, per il livellamento verso il basso a cui si continua ad assistere, con tanto di corsa a chi chiede meno, quando invece ciò che serve è un’evoluzione culturale, un cambio di mentalità. Senza contare che 100 tazzine di bassa qualità al mese, vendute a 1 euro l’una, portano lo stesso guadagno di 50 buoni caffè proposti a 2 euro – attuale prezzo minimo per chi vuole fare qualità – con benefici per tutti, soprattutto per la parte più debole del comparto, gli agricoltori. Sostenibilità è la parola più abusata degli ultimi anni, ma non per il caffè, che resta il grande escluso dei consumi etici.
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