Metti una cena al ristorante, e l’unire l’utile al dilettevole. Consumare un ben lauto (come si vedrà) pasto e, al contempo, fare propaganda per il proprio partito in vista delle elezioni di novembre. Voleva essere questo l’intento del tweet pubblicato sabato scorso dalla deputata per lo stato della Georgia alla Camera dei rappresentanti americana, Marjorie Taylor Greene. «Vote Trump!» e «No tax on tips!!» («Niente tasse sulle mance!!») si legge sullo scontrino di un ristorante, il cui nome è stato censurato dalla stessa Greene. Il riferimento è a un appello rivolto da Donald Trump agli elettori del partito Repubblicano in occasione delle celebrazioni per il suo 78esimo compleanno, tenutesi venerdì scorso (un giorno prima del tweet della deputata) a West Palm Beach.
«Niente tasse sulle mance, ok? È fatta. Fatto. E dobbiamo spargere la voce in modo che ogni volta che lasciate una mancia per i prossimi cinque mesi, scriviate sulla ricevuta che votate per Trump, perché non ci siano tasse sulle mance», ha dichiarato il tycoon, che nel suo piano di riduzione delle imposte per il popolo americano promette, appunto, di eliminare quelle che comprendono gli “extra” guadagnati da chi lavora nella ristorazione e negli ospedali.
Appello raccolto in un batter d’occhio dal partito, Greene compresa. La strategia della destra, infatti, è quella di raccogliere consensi tra la classe operaia negli Stati cosiddetti “in bilico” che ospitano un gran numero di industrie e servizi, anche nella ristorazione, tra i quali Nevada, Arizona e Georgia. Peccato che il messaggio social di Greene, che da tempo porta avanti una narrativa che vuole dipingerla come «donna del popolo» si sia rivelato un autentico autogol.
Agli utenti è bastato abbassare di poco lo sguardo rispetto ai messaggi propagandistici per leggere il totale del conto: ben 721 dollari. «Vale quanto spendo per fare la spesa in qualche mese. Quanto è fuori dal mondo?» ha scritto la Democratica Ally Sammarco, ma l’indignazione ha contagiato anche quella classe operaia alla quale il tweet era originariamente rivolto. «Ti rendi conto che questa non è la narrazione che vuoi raccontare quando gli americani normali lottano per mettere il cibo in tavola?» Scrive un utente. «Quindi, vivi e mangi in modo sontuoso con uno stipendio finanziato dai contribuenti per non aver fatto altro che creare problemi e caos? Hmm.» Rincara la dose un altro.
Difatti, la figura di Greene è stata, nel corso degli anni ed anche di recente, oggetto di critiche per dichiarazioni estreme e controverse. Sostenitrice di teorie del complotto care alla alt-right americana, la Cnn aveva poi dimostrato come l’attuale deputata si fosse, prima dell’arrivo di Trump alla Casa Bianca, lasciata andare ad apprezzamenti a post e commenti online che chiedevano «l’esecuzione» di alcuni agenti dell’Fbi, oltre ad invitare i suoi sostenitori alla «pazienza» per avere un trattamento simile riservato sia a Barack Obama che ad Hilary Clinton, alti esponenti del partito Democratico negli Stati Uniti.
La questione della detassazione delle mance rimane comunque importante nell’ambito della politica americana. Lasciarle quando si consuma un pasto non è un obbligo, ma un’abitudine culturale ben radicata, anche per il fatto che esse rappresentano in molti casi una buona parte dello stipendio di un cameriere. Il Committee for a Responsible Federal Budget, un gruppo di ricerca americano, ha stimato che l’esenzione delle mance dalle imposte sul reddito e sui salari potrebbe ridurre le entrate federali fino a 250 miliardi di dollari in 10 anni. In Italia lasciare un extra per servizi di questo tipo è molto meno frequente. Tuttavia, come raccontato dal Gambero Rosso un anno fa, le mance «devono essere dichiarate e tassate come il resto del reddito». Dal 2023, tramite le novità introdotte dalla legge di Bilancio, era stato poi attivato un regime specifico per esercizi ricettivi e e di somministrazione di alimenti e bevande (come bar o ristoranti) che, contemplando anche le mance corrisposte tramite pagamenti elettronici, le rendono soggette «a un’imposta sostitutiva dell’Irpef (e delle relative addizionali regionali e comunali), nella misura ridotta del 5%, a meno di esplicita rinuncia scritta da parte del prestatore di lavoro».
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