Ogni anno è la stessa storia. Puntualmente torna a far capolino tra le pagine dei giornali lo studio sul caffè amaro, o meglio, su chi lo ordina. Uno psicopatico con tendenze sadiche, questo l’identikit psicologico di chi rinuncia alla bustina di zucchero. Per noi, più semplicemente, si tratta di qualcuno che sa come si degusta l’oro nero.
La ricerca è quella condotta nel 2015 dall’Università di Innsbruck, in Austria, pubblicata sulla rivista Appetite e ripresa dalla stampa più volte negli anni. Nel 2020 era tornata alla carica, citata dal Reader’s Digest e piazzata su tutti i siti di settore, con un tassello in più: uno studio alla Roosevelt University di Chicago aveva voluto approfondire le analisi, attenuando di molto i risultati. Steven Meyers, docente di psicologia e autore della ricerca, ha specificato più volte negli anni che si tratta di un’associazione “molto piccola”, quella che lega il gusto per gli alimenti amari e le tendenze psicopatiche. “I risultati devono essere interpretati con cautela” aveva rammendato tre anni fa, pur confermando la tendenza emersa dalle risposte del quiz, che aveva coinvolto mille persone adulte.
Ma è troppo tardi ormai per il dottor Meyers. Il dado è tratto, lo studio continua a balzare tra giornali generalisti e stampa di settore con cadenza regolare: è una notizia a cui impossibile resistere, un titolo troppo facile da costruire, un gossip che fa gola a chiunque. Eppure, non c’è niente di più lontano dalla realtà. I professionisti del settore ormai non provano neanche più a ribattere, ma stavolta vogliamo provarci noi: no, il caffè amaro non è da psicopatici. Perché un caffè di qualità non darà mai vita a una bevanda eccessivamente amara: la componente amara nell’oro nero c’è, certo, ma accompagnata da tante altre sfumature. In una buona tazza si trova anche l’acidità, la dolcezza, sensazioni più o meno pronunciate a seconda della varietà di caffè usata, della sua lavorazione, il grado di tostatura e l’estrazione finale. Quindi, un buon espresso – o caffè filtro – può sì presentare delle note amare ma, se di qualità, la bevanda sarà sempre equilibrata e più complessa nel gusto.
Altro che psicopatici. Lo zucchero nell’espresso (o in qualsiasi altra bevanda a base di caffè) non si mette. È un concetto difficile da scardinare, specialmente in un Paese come l’Italia così legato alle sue tradizioni, un posto dove molti bar utilizzano ancora miscele con altissima percentuale di robusta, varietà dal gusto più amaro (naturalmente, esistono le dovute eccezioni, ma la gran parte di caffè robusta utilizzati per i blend commerciali sono tutt’altro che gradevoli). Per non parlare delle condizioni in cui sono tenuti i chicchi nella tramoggia (tra i motivi per fuggire al più presto da un bar), che finiscono per irrancidire, accentuando di più questo aspetto. Ma, di fronte a una buona tazzina, il metodo migliore per degustarla è uno solo: in purezza. Se la materia prima è di livello, non c’è alcun bisogno di modificarne il gusto. Ma si sa, il mondo dell’oro nero attira sempre falsi miti e dicerie: uno degli ultimi trend dei social network consisteva nell’aggiungere un pizzico di sale, proprio per smorzare il gusto amaro.
Tornando al dottor Meyers, il suo studio si concentrava in generale sulla predilezione per il gusto amaro, ritrovato anche nella birra e altri alimenti, che potrebbe simboleggiare un certo piacere nell’infliggere dolore agli altri… sarà, ma per tutelare il palato, viva l’espresso senza zucchero. Purché buono.
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