Quando ho la sensazione che tutto frani intorno a me ho bisogno di puntellarmi a terra per non volare via. Succede di rado, ma succede, e allora devo agganciarmi a qualcosa di reale, di tangibile. La cosa più tangibile che ho è il mio corpo; riprenderne il valore organico mi consente di concentrarmi sull’essenziale, eliminando tutto quel che mi distrae da quel me concretissimo che sa mettere delle dighe ai pensieri per non esserne travolto. Ridotta all’osso, riesco a ritrovare la lucidità. Dunque mi rivolgo al cibo, alla sua assenza, alla sensazione della fame, alla vertigine del digiuno come un percorso di risanamento. Eliminare il superfluo – i chili presi – ignorare le tentazioni, concentrarmi sulle funzioni essenziali mi aiuta a giungere a quella chiarezza che sento necessaria. Ritrovo il centro e la voluttà della rinuncia. Mi rendo conto del rischio, e forse ne godo un po’, ma gestire la fame mi dice di poter controllare qualcosa quando la bufera ringhia forte. Mangiare o non mangiare, sentire lo stimolo quando è vitale e non quando le abitudini, le convezioni, la gola o la noia lo determinano, è un percorso di purificazione. Tutto il resto mi sembra frivolo, non indispensabile, quasi impuro.
Quando perdo le abitudini di consumo, posso essere pur certa di mangiare per fame, anche di digiunare per fame, per sentire ancora una volta quella sensazione fisica dunque reale, concreta, che riporta con i piedi per terra mentre i pensieri spingono lontano. In questi momenti mi rifugio in una frugalità rituale che compensa i pasti con uno spazio mentale. Un riso bianco, un brodo di miso, una verdura al vapore, un uovo sodo. Il grado zero dell’alimentazione è il mio punto di ripartenza. Non cucino, al massimo cuocio, ogni cosa in più la vivo come un ostacolo al ricongiungimento con me. Mi succede sempre, mi succede da sempre, da quando ho cominciato ad avere percezione di me come individuo, materia organica ed emotiva. Negli ultimi anni qualcosa è cambiato: occuparmi di gastronomia crea delle violente interferenze nei miei processi di autoguarigione. Da quando il cibo è il mio lavoro, ho perso il piacere di mangiare con felice incoscienza, che me ne accorga o no sono in allerta. C’è sempre una spia accesa da qualche parte che indaga su quanto o cosa stia mangiando. Ho perso per sempre la gioia fanciullesca del mangiare.
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