Nel 2025 è lecito chiedersi se uno strumento, qual è la moka, brevettato 93 anni fa, può avere ancora senso nel panorama del caffè. Con l’avvento dei nuovi strumenti per l’estrazione manuale, come l’aeropress, il cono Hario V60 e il Chemex, sembra infatti che la vecchia moka stia lentamente cedendo il passo, ma è davvero finita l’era della leggendaria caffettiera ottagonale? No, e vi spiego perché:
Sembra un argomento romantico, ma quando ci si trova dinanzi ad un oggetto ancora adoperato in maniera diffusa a distanza di quasi un secolo dalla sua comparsa, c’è da chiedersi il perché. La moka è bella da guardare, ha un fascino retro e una meccanica di funzionamento in grado di conferire un valore artigianale ad ogni estrazione. Si aggiunga che la moka è in grado di evocare ricordi d’infanzia, poiché tutti noi, quando osserviamo una moka, è come se stessimo osservando una mamma o una nonna.
Questo strumento a tre pezzi rimane uno dei metodi più semplici da usare. Non c’è bisogno di energia elettrica, non c’è bisogno di macinini (se si adopera caffè macinato), non c’è bisogno di misurini o di altri attrezzi. Basta avere il caffè, una fonte di calore, un cucchiaino ed una tazzina. Tutto qui.
La moka rimane uno dei sistemi meno impattanti sulla natura. L’unico imballo è quello della confezione di caffè, che però raccoglie 250 grammi di prodotto. Ciò significa che rapportato ad un’estrazione in mono porzionato, che normalmente prevede 6-8 grammi a porzione con relativo imballaggio, la moka ha un rapporto di 1 a 35 in relazione all’imballo della stessa quantità di caffè. La moka è green !
La moka, è vero, impiega un tempo maggiore di un espresso o di un espresso in mono porzione ad essere preparata. Normalmente impiega 3-5 minuti ad estrazione contro i 30 secondi di un espresso. Ma la moka è social! Ovvero, con una moka si possono ottenere 3, 5 e fino a 18 o più tazze. Ciò significa che il tempo di preparazione, se lo si consuma in più persone, è sostanzialmente lo stesso o addirittura meno.
Il gesto di riempire il serbatoio fino alla valvola, poi inserire l’imbuto a filtro, poi il caffè, e poi livellare sino al bordo, e poi, ancora, stringere il server filettato, controllare dal coperchio se il caffè è in arrivo e via la fumata bianca dal beccuccio una volta finita l’erogazione… tutto questo è molto di più di una preparazione, per un italiano. Questo è un rito, fatto di piccoli gesti, aneddoti, segreti che si tramandano da generazioni, significati umani in grado di conferire al caffè un sapore molto diverso.
C’è stato un tempo in cui la moka faceva paura. Causa la cattiva manutenzione, soprattutto della valvola di sfogo, unitamente ad una pressoché assente detergenza della moka e l’utilizzo di acque molto calcaree, si assisteva, sebbene raramente, ad incidenti domestici causati dall’esplosione della caffettiera. Oggi i sistemi sono più performanti, e ci sono anche delle novità in grado di azzerare questo rischio. Un nuovo brevetto denominato Pump My Moka, dell’inventore bolognese Simone Previati, ci consente ora di estrarre la moka finanche a temperatura ambiente e senza alcuna fonte di calore, mediante l’uso di una pompa manuale, che sostituisce così la pressione che si sviluppa in caldaia della moka con una stessa pressione azionata manualmente mediante l’uso di una piccola pompa: semplice e geniale!
Per ultimo ma non ultimo tra i motivi per tenerci stretta la nostra moka, è il suo enorme successo in tutto il mondo. La moka è uno strumento conosciuto ovunque, un simbolo di italianità, un oggetto di design, se è vero che ne esistono versioni firmate dai più famosi stilisti ed architetti del mondo. Non esistono torrefazioni tradizionali che non producano caffè per moka e ad oggi ogni italiano ne possiede ancora una.
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